Da TecnicaDellaScuola.it – 20/08/2014 – Le prove Invalsi riguardano solo italiano e matematica: come valutare allora i docenti di latino e greco, quelli di scienze o di discipline artistiche?  E perchè l’insegnante che ha la sventura di operare in una classe sottoposta ai test dovrebbe farsi carico degli eventuali errori commessi da altri insegnanti che hanno operato in quella stessa classe negli anni precedenti?
Il dibattito sui temi del merito e della valutazione si è intensificato in queste settimane anche a seguito delle dichiarazioni del ministro Giannini e del sottosegretario Reggi che hanno fatto intendere che gli esiti delle prove Invalsi potranno essere uno degli elementi di cui tenere conto per valutare scuole e insegnanti. E proprio su questo punto si sta concentrando il dibattito, o meglio la polemica. La questione necessita di qualche osservazione nel merito.
Il fatto è che,  valutare scuole e insegnanti attraverso i test Invalsi è in parte iniquo, ma più che altro è del tutto impossibile.
Sulla iniquità è già stato fatto osservare da più parti (lo ribadisce Giorgio Israel in un intervento pubblicato oggi sul Messaggero) che si rischia di premiare chi opera in contesti facili e di punire chi lavora in aree difficili. L’obiezione dei tecnici della valutazione è che le rilevazioni dell’Invalsi consentono di misurare con una buona approssimazione quanto, nei risultati di una classe, è legato all’intervento della scuola e quanto al contesto socio-ambientale. Qualche dubbio resta ugualmente anche se non  qui possibile argomentare pienamente sulla questione.
Ma il problema più rilevante, e sul quale curiosamente nessuno ha ancora detto nulla, è un altro: come si sa le prove Invalsi riguardano due discipline: la lingua italiana e la matematica.
E’ del tutto evidente, quindi, che nella scuola secondaria la valutazione potrà riguardare solamente i docenti di italiano e di matematica; quali test, infatti, potranno mai dire qualcosa in merito all’insegnamento del latino e del greco in un liceo classico, della fisica e delle scienze in uno scientifico o delle discipline artistiche in un liceo artistico? (e non a caso abbiamo fatto riferimento a discipline caratterizzanti i diversi indirizzi di studio). Ma i problemi non si fermano qui. Facciamo un esempio semplice semplice: in una V primaria gli alunni ottengono risultati scadentissimi in lingua italiana pur essendo la scuola collocata in un contesto socio-ambientale favorevole.
Dunque, bisognerà valutare negativamente il docente di quella classe (o almeno quello dell’area linguistica se nella classe operano più insegnanti). E’ del tutto evidente, però, che la cosa non è così banale come può sembrare a prima vista (e come sembrano credere Giannini e Reggi): può darsi che l’insegnante di italiano della classe abbia seguito gli alunni fin dalla prima (e allora potrebbe essere legittimo porsi qualche domanda sulle sue competenze didattiche) ma è anche possibile che in quella classe si siano alternati insegnanti diversi nei 5 anni del corso; in questo caso sarebbe legittimo valutare negativamente il docente che ha avuto la “sfortuna” di trovarsi in quella classe proprio nell’anno delle prove Invalsi?
Insomma, correlare gli esiti delle prove Invalsi con la professionalità dei docenti è una operazione molto azzardata e in alcuni casi persino impossibile. Se vogliamo parlare seriamente di valutazione dei docenti bisogna individuare altre strade.