Da TecnicaDellaScuola.it – 17/11/2017 – Rispetto ai cittadini europei, quelli italiani vivono in media più degli altri. Ma, siccome per via della riforma Fornero e il legame alle aspettative di vita vanno in pensione ormai almeno tre anni dopo, alla resa dei conti ci restano per una durata di tempo inferiore rispetto agli altri 27 paesi Ue: gli uomini del Bel Paese percepiscono l’assegno pensionistico per una media di 16 anni e 4 mesi, che fanno 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea; le donne per 21 anni e 7 mesi, ovvero 1 anno e 7 mesi in meno rispetto alla media Ue.

MEDIA UE: DATI IMPIETOSI

La media Ue è invece, per gli uomini, 18 anni e 9 mesi e, per le donne, 23 anni e 2 mesi.

Sono dati che parlano da soli. L’unica cosa che si può aggiungere è che l’Italia è all’ultimo posto tra le economie più avanzate della Unione Europea e molto indietro il generale nella classifica della Ue a 28.

A rendere noti i dati è la Uil, alla vigilia del decisivo incontro con il Governo sulle deroghe da applicare rispetto al probabile innalzamento del “tetto” anagrafico per accedere alla pensione di vecchiaia.

Anche dal confronto con gli altri Paesi, quindi, si confermano le perplessità dei lavoratori e degli stessi sindacati rispetto all’ulteriore “stretta” in arrivo, che nelle intenzioni del Governo tra poco più di un anno porterà a 67 anni l’età di accesso alla pensione: si tratta di una soglia, ricorda il sindacato, superiore di quasi 3 anni alla media europea e così, nonostante per l’aspettativa di vita siamo al quinto posto per gli uomini, 83 anni e 11 mesi, ed al terzo posto per le donne, 87 anni e 2 mesi, la durata della quiescenza media (il periodo di godimento della pensione) diventa tra i più ristretti.

IN FRANCIA VIA A 60-62 ANNI: L’ASSEGNO PENSIONISTICO DURA 8 ANNI DI PIU’

In Francia, il Paese Ue al primo posto in per durata della pensione visto che si lascia ancora il lavoro a 60-62 anni, gli uomini la percepiscono per 8 anni e 1 mese in più rispetto agli italiani, mentre in Germania per 1 anno e 3 mesi in più.

Nel Regno Unito (che nonostante la brexit ai fini statistici è ancora parte dell’Unione) le donne, pur avendo un’aspettativa di vita pari a 85 anni e 10 mesi e quindi di circa 1 anno e 4 mesi più bassa di quelle italiane, poiché accedono alla pensione a 60 anni, godranno dell’assegno previdenziale per 4 anni e 3 mesi in più delle donne italiane. “Valori destinati a peggiorare sin da subito -ricorda Proietti- in particolare per le lavoratici italiane la cui età di pensionamento, per essere equiparata a quella degli uomini a 66 anni e 7 mesi, salirà di un anno già dal 2018 per effetto dei ben noti provvedimenti legislativi. A norme attuali, poi, l’aumento coinvolgerà tutti i lavoratori nel 2019 quando l’età legale di accesso alla pensione dovrà salire a 67 anni. Opzione generalizzata che, come noto, il sindacato non condivide”.

Nel Regno Unito, le donne, pur avendo un’aspettativa di vita pari a 85 anni e 10 mesi e quindi di circa 1 anno e 4 mesi più bassa di quelle italiane, poiché accedono alla pensione a 60 anni, fruiscono dell’assegno previdenziale per 4 anni e 3 mesi in più delle donne italiane.

“Valori destinati a peggiorare sin da subito – ha commentato Domenico Proietti, dalla Uil- in particolare per le lavoratici italiane la cui età di pensionamento, per essere equiparata a quella degli uomini a 66 anni e 7 mesi, salirà di un anno già dal 2018 per effetto dei ben noti provvedimenti legislativi. A norme attuali, poi, l’aumento coinvolgerà tutti i lavoratori nel 2019 quando l’età legale di accesso alla pensione dovrà salire a 67 anni. Opzione generalizzata che, come noto, il sindacato non condivide”.

Per il sindacalista, “bisogna congelare l’adeguamento automatico e avviare un tavolo di studio che consideri le peculiarità dei singoli lavori, come previsto nel verbale siglato tra Governo e sindacati lo scorso 28 settembre 2016”.

SCUOLA TAGLIATA FUORI

Intanto, dal Governo non arrivano buone notizie per chi sperava di rientrare nelle deroghe. Perché il Governo starebbe sì pensando ad una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento delle categorie da inserirvi, in modo da permettere di lasciare il lavoro attorno ai 63 anni e mezzo.

Tra le professioni su cui l’Esecutivo è disposto a ragionare vi sono solo i lavoratori agricoli, marittimi pescatori e siderurgici.

Sempre dal Governo, scrive l’Ansa sulla base di “fonti vicine al dossier”, vi sarebbe poi “un’apertura” con un proposta sulle pensioni future, quelle dei più giovani e l’equiparazione tra pubblico e privato della fiscalità per la previdenza integrativa.

Nella scuola, le uniche categorie a rientrare nell’Ape rimarrebbero, quindi le educatrici dei nidi e i maestri della scuola dell’infanzia. Per tutti gli altri, in particolare per le donne, che fino a dieci anni fa andavano via prima dei 60 anni, non sembra esserci alcuna via d’uscita.

Rimarrebbe lettera morta, dunque, la richiesta della leader della Cgil, Susanna Camusso, che ha più volte indicato le donne con figli come categoria da salvaguardare.