Da Repubblica.it – 01/01/16 – “Un’intera generazione rischia di esser perduta”. I banchi di scuola sono un miraggio per la maggior parte dei rifugiati in età scolare nel. Differenze linguistiche e ostacoli socio-economici allontanano i minori dalle aule. E questo a un anno dalla riforma di Ankara che riconosce il diritto ai siriani di accedere alle scuole pubbliche.

Tornare a scuola. E’ questo il sogno dei bambini siriani costretti a lasciare il proprio paese a causa della guerra che da quattro anni insanguina la Siria. Dall’inizio del conflitto il governo di Ankara ha aperto la frontiera a circa 2 milioni di rifugiati, tra questi 708 mila sono bambini in età scolare. Un fiume di menti che ha bisogno di proseguire gli studi per continuare a sperare in un avvenire fatto di lavoro e possibilità.

Una goccia nell’oceano. Stando ai dati del ministero dell’istruzione turco nell’anno accademico 2014-15, solo 212mila  minori siriani hanno avuto accesso alle aule scolastiche turche. Un numero che racchiude la portata della scommessa del governo turco, una scommessa che se persa potrebbe condannare un’intera generazione. Per fare fronte alla situazione e dare una risposta all’emergenza, nel  2014 la Turchia ha varato una norma che permette ai bambini siriani di frequentare le scuole pubbliche turche.

Dentro o fuori. Questa nuova legge ha permesso a migliaia di bambini di proseguire gli studi. Ma guardando ai dati del ministero è evidente la differenza tra i minori residenti nei campi profughi e quelli che invece vivono al di fuori delle strutture nazionali. Mentre il tasso di iscrizione scolastica dei primi arriva quasi al 90 per cento, nel secondo caso  solo il 25 per cento dei bambini in età scolare si è seduto tra i banchi di scuola. Nonostante gli sforzi del governo dunque,  più di due terzi dei bambini siriani è escluso dall’istruzione. “Non riuscendo a dare un’istruzione ai bambini siriani  –  afferma Stephanie Gee, collaboratrice nel programma per i diritti dei rifugiati di Human rights watch  –  si mette a rischio un’intera generazione. Senza una speranza concreta di un futuro migliore,  i profughi disperati potrebbero mettere a rischio la loro vita  ritornando in Siria o cercando di arrivare in Europa”.

La riforma a singhiozzo. Oltre a permettere l’accesso alle aule scolastiche pubbliche, nel settembre 2014 il ministero dell’istruzione turco ha anche istituito i “centri di educazione temporanei”, una rete di scuole gestita da organizzazioni non governative, enti benefici e comunità locali che favoriscono l’apprendimento della lingue offrendo corsi anche in arabo.  Purtroppo anche questo provvedimento è risultato inadeguato. I centri infatti sono pochi e laddove ci sono, non riescono comunque a garantire un’istruzione  a tutti i bambini in età scolare della zona. A volte, non riuscendo a provvedere al sostentamento, gli istituti chiedono ai genitori di pagare un supplemento per coprire i costi del trasporto, ma nella maggior parte dei casi le famiglie non hanno i mezzi economici per affrontare la spesa.

Una corsa a ostacoli. In un rapporto dal titolo: “Quando guardo al futuro, non vedo niente”, l’organizzazione Hrw ha raccolto le voci di 136 bambini siriani rifugiati in Turchia. Le storie testimoniano la necessità e la voglia di questi minori di tornare a sperare in un futuro migliore passando anche attraverso lo studio e l’apprendimento. Ma la scuola per molti di loro resta un miraggio. Le difficoltà maggiori sono di tipo socio-economico e culturale. La lingua infatti rappresenta lo scoglio principale, diventando in alcuni casi  motivo di emarginazione sociale e bullismo. Inoltre molte famiglie non conoscono l’iter burocratico necessario per iscrivere i propri figli alle scuole turche. D’altro canto l’Ong ha anche raccolto testimonianze di casi in cui gli stessi dirigenti scolastici hanno provveduto ad allontanare le famiglie intenzionate a iscrivere i loro figli. Ma il problema maggiore è di tipo economico. Sono pochi i nuclei familiari che possono permettersi di far studiare i bambini i quali spesso diventano merce nel mercato illegale del lavoro minorile. Una condizione di povertà cui contribuiscono le leggi turche che vietano ai rifugiati di lavorare.

La perdizione. Oltre al lavoro minorile, la mancanza d’istruzione favorisce anche matrimoni precoci e il fenomeno dei bambini-soldato arruolati dalle famiglie per disperazione. Per i minori siriani che hanno visto crollare le loro case e le loro scuole sotto le bombe, lo studio rappresenta non solo un diversivo per il presente, ma anche un’opportunità per il futuro. Per questo la comunità internazionale dovrebbe affiancare la Turchia nell’arduo compito di garantire un avvenire al fiume di disperati in fuga dalla guerra siriana.

Il progetto ambizioso del governo di Ankara. Il Ministero della pubblica istruzione di Ankara ha dichiarato l’obiettivo di far tornare a scuola 270mila bambini siriani entro gennaio 2016 e 370mila per la fine dell’anno scolastico 2015-2016. Un progetto ambizioso che potrebbe esser facilitato anche attraverso norme che permettano ai profughi adulti di lavorare in Turchia. “I diritti dei rifugiati  –  conclude Gee –  devono essere rispettati non solo la prima volta che attraversano una frontiera in cerca di sicurezza, ma anche per tutta la loro permanenza in un altro paese. E in questi diritti è incluso anche quello all’istruzione”.