Da Avvenire.it – 25/08/2013 – Come il lavoro, anche la scuola, in carcere, è un punto cardine del percorso di educazione e reinserimento sociale dei detenuti. Lo studio in cella abbatte drasticamente il tasso di recidiva». Parte da qui, il programma del sottosegretario all’Istruzione, con delega all’istruzione degli adulti, Gabriele Toccafondi, per aumentare l’offerta formativa nelle carceri italiane. «Vorrei fosse chiaro – spiega – che la scuola in carcere non è un’ora d’aria, ma apprendimento vero. Che richiede applicazione e fatica agli studenti-detenuti, la cui età media supera i trent’anni».
Qual è la situazione delle scuole carcerarie? I dati ci dicono che siamo sulla buona strada, ma che possiamo e dobbiamo assolutamente migliorare per dare a un maggior numero di detenuti la possibilità di studiare.
A che cosa pensa, in particolare? Occorre una particolare attenzione e una volontà chiara di interventi all’interno delle carceri perché un detenuto che frequenta le lezioni con regolarità, raggiungendo la licenza media o il diploma, ma anche la licenza elementare, è una persona che vuole cambiare, che capisce che ha bisogno di studiare per poter cambiare vita, crede nelle sue possibilità e nei suoi talenti. Se studia vuole creare le basi per costruirsi un’esistenza migliore e di conseguenza l’istruzione è uno strumento per abbattere la recidiva. Chi studia, così come chi impara un mestiere all’interno di un istituto di pena, ha una possibilità reale di “ripartire” sia all’interno del carcere sia dopo avere scontato la pena».
Non da oggi, il problema principale delle carceri è il sovraffollamento: se mancano gli spazi per le persone, come si può pensare di trovarli per le aule? Dobbiamo crederci e lavorare di conseguenza. Non servono solo aule, ma anche banchi, materiale didattico e insegnanti formati.
Chi sono i docenti in carcere? Sono professionisti che prestano servizio sia nelle scuole “normali” che in carcere. Alcuni, quelli più motivati, lavorano, anche da decenni, soltanto in carcere. La loro è una vera vocazione. E sono questi a spingere per potenziare l’offerta. Sono i primi a poter testimoniare quanto sia utile studiare in cella. Alcuni hanno portato detenuti fino alla laurea.
Come inserire anche l’istruzione nell’agenda-carcere? Bisogna cominciare un percorso e aprire un dibattito che, oggi, ancora non c’è. Manca la consapevolezza dell’utilità della scuola in carcere. Eppure, a pensarci bene, è un bene per tutti. Per i detenuti, che così possono rifarsi una vita, ma anche per la società, che recupera una persona che ha buone probabilità di non tornare a delinquere.
Quali sono i tempi del suo programma? A settembre si parte con i Cpia. Questo sarà un banco di prova della volontà di potenziare l’istruzione in carcere. Credo che unendo le forze si possa tranquillamente raddoppiare i corsi oggi esistenti.