Da L’Espresso.it – 09/05/2015 – All’indomani dello sciopero, il premier sfodera la maggior morbidezza di cui è capace. Riunisce il Pd, manda Orfini e Guerini a trattare domani coi sindacati. “Non si può fare una riforma della scuola contro la scuola”, è il refrain. A ottobre, sul Jobs act, fece una mossa simile: ricordiamoci come è andata

Massima disponibilità al “dialogo”, ai “miglioramenti” e alle “integrazioni”, ma “nessun cambio di linea”. All’indomani del mega sciopero della scuola, Matteo Renzi sfodera tutta la morbidezza politica di cui è capace. Perché il tema è tanto importante quanto delicato e non si puà fare “una riforma della scuola contro la scuola”, perché la protesta in piazza è riuscita, perché ci sono le regionali alle porte e a manifestare c’era un pezzo dell’elettorato dem, perché la tenuta della maggioranza – soprattutto al Senato – si gioca poco oltre il filo di lana.

Dunque, segnali a raffica: di prima mattina un incontro con i parlamentari Pd nella sede del Nazareno, compresa la ministra Stefania Giannini che del resto è fresca di passaggio ai democratici; grandi manifestazioni di “rispetto” e “disponiblità” da vari parlamentari (oltreché dal premier stesso); qualche esempio su come in concreto nella discussione in commissione Cultura alla Camera il ddl sia cambiato nella direzione richiesta (per esempio ammorbidendo il ruolo del preside-sindaco, o chiarendo che sui precari nulla è deciso); infine l’annuncio che già domani una delegazione Pd, composta dal presidente Matteo Orfini, dal vicesegretario Lorenzo Guerini, e da due parlamentari della commissione cultura di Camera e Senato (Simona Malpezzi e Francesca Puglisi), incontrerà i responsabili scuola di Cgil, Cisl e Uil per un confronto sulla riforma.

Lo ha dichiarato il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini al termine della riunione avvenuta nella sede del Pd, per parlare della riforma della scuola, alla quale erano presenti, oltre al premier Renzi, i parlamentari della commissione Cultura di Camera e Senato.

Insomma, il segnale è chiaro: dialogo. Quale poi sarà la sua ricaduta pratica, in termini quanto meno di minor contrapposizione tra governo e sindacati della scuola, è presto per dire e lecito dubitare. Intanto, perché è evidente l’equilibrismo tra la “volontà di modificare il ddl”, come dice la deputata Malpezzi, e la certezza che “il testo non va snaturato”, o per dirla con la ministra Giannini, il fatto che “stiamo lavorando, migliorando e integrando il testo”, ma “non c’è nessun cambiamento di linea”.

Poi, per una questione di precedenti. Con tutte le differenze del caso, infatti, già ai tempi del Jobs Act Renzi a un certo punto provò ad acconciare un qualche dialogo coi sindacati, ed era quella la prima volta in cui ci provò: dopo roboanti annunci, s’incontrarono il 7 ottobre nella famosa Sala Verde di Palazzo Chigi (non alla sede del Pd), il premier (non il presidente e vicesegretario del Pd) si limitò a raccontare le modifiche che aveva già accettato dalla sua propria minoranza, ed ebbe come gran risultato quello di dividere i sindacati (Cgil di qua, Cisl di là, Uil in mezzo).

Centomila persone in piazza a Roma per la mobilitazione nazionale contro il ddl Buona scuola del Governo Renzi.

Certo, allora le legge delega era leggermente più avanti, nell’iter parlamentare: il Senato l’avrebbe approvata in prima lettura di lì a due giorni, peraltro con la fiducia, mentre l’approvazione definitiva sarebbe arrivata due mesi più tardi, in dicembre; nel caso attuale, invece, la buona scuola è ancora in commissione, e ci vorranno ancora due settimane prima della approvazione in Aula alla Camera, prevista per il 19 maggio, e circa un mese e mezzo per quella definitiva al Senato, che ora il Pd avrebbe fissato per giugno.

Certo, a ottobre Renzi era più forte nei numeri parlamentari (c’era ancora il Nazareno in vigore, non era scoppiata la guerra con la minoranza) e non era in campagna elettorale. Però in autunno, dopo aver incontrato i sindacati, così concluse: “Siamo assolutamente disponibili alle opinioni di chiunque, l’importante è che si vada avanti. Miglioriamo se c’è da migliorare ma il Paese deve cambiare e non ci faremo bloccare da veti o opinioni negative. I sindacati ci hanno chiesto la possibilità di dialogo e l’abbiamo dato. È chiaro che avendo promesso di fare le riforme, le faremo e le stiamo facendo». Parole di ieri, che non sfigurerebbero domani.