Da Giuntiscuola.it – 08/09/2016

La complessità dei sentimenti che accompagnano la vita scolastica dei bambini può irrompere in modo imprevedibile, anche quando si adottano strategie esperte per evitare ansie e paura dell’errore. Solo un franco rapporto con i genitori può evitare situazioni simili.

Livia piange. Quel giorno, Livia, una bambina di classe quarta dalla parlata fluida, amante della lettura e con ottimi risultati scolastici, scoppiò in un pianto dirotto proprio mentre l’insegnante correggeva il suo compito di matematica. Che cos’era successo? L’insegnante, osservando il quaderno, aveva chiesto a Livia di spiegarle il ragionamento che aveva portato alla soluzione errata del problema, ma anziché la risposta ottenne un improvviso e convulso pianto. Disarmante… Eppure prima dell’esercitazione di matematica, per allontanare qualsiasi remora dagli alunni, aveva chiarito a tutta la classe che “l’esercitazione” aveva lo scopo di aiutare ciascun bambino a fare il punto della situazione in matematica, in modo che potesse riflettere sui propri punti di forza e/o di eventuale debolezza: su questi ultimi, naturalmente, si sarebbe lavorato ancora un po’.

La paura dell’errore. Perché una così intensa reazione, imprevedibile per l’insegnante, quando era una prassi consolidata per quella classe lavorare sul miglioramento continuo, sull’errore, cioè sui processi di apprendimento non ancora pienamente sviluppati? L’insegnante, poiché puntava a obiettivi di padronanza e non solo di prestazione, metteva in atto strategie d’insegnamento volte a favorire l’autoregolazione dell’apprendimento, una didattica che stava dando buoni frutti per la maggioranza dei bambini, ma non per Livia che, nonostante tutte le attenzioni poste dall’insegnante, non riusciva ad accettare l’idea di poter sbagliare, di non essere sempre e necessariamente “la migliore di tutti”. Succedeva che Livia, sebbene competente, talvolta sbagliasse quando faceva matematica e, quando accadeva, sembrava che il mondo le cadesse addosso.

Brava, troppo brava. Tra lacrime e singulti, Livia parlò all’insegnante della sua più grande preoccupazione: la mamma e il papà sarebbero stati molto-molto delusi, pure i nonni così orgogliosi della nipote! Avrebbero saputo che “non sono bravissima in matematica, come invece loro pensano! E adesso come lo dico a mamma e papà? ”. Livia è figlia unica, adorata da genitori e nonni che nutrono nei suoi confronti aspettative elevate e la coprono di molte lodi; per giunta, pur non avendone bisogno, a casa è sostenuta in tutti i compiti scolastici, rafforzando così in lei l’idea di dover essere sempre la migliore. Sebbene sia comprensibile che un genitore stimoli il figlio a migliorare e a impegnarsi, tuttavia l’eccesso di pressione per la riuscita scolastica può provocare ansia da prestazione, che, se elevata, può avere come risvolto negativo la difficoltà di concentrarsi sul compito, a prescindere dalle difficoltà dello stesso.

Le dinamiche dell’ansia, il ruolo della scuola. Studi recenti hanno dimostrato che l’ansia ha una doppia valenza: può portare a risultati migliori se gli alunni sono intrinsecamente convinti dell’importanza d’imparare e dello sforzo necessario per farlo, ma provoca l’effetto opposto se supera un certo livello. In altre parole, ad ansia moderata corrisponde un miglioramento della prestazione, ad ansia elevata, invece, un peggioramento se non blocco con impossibilità di pensare al compito proposto. Nel caso di Livia, fortunatamente, la scuola è diventata un fattore di protezione, il luogo dove poter manifestare la sua eccessiva preoccupazione per l’insuccesso – non compreso né accettato in famiglia -, il luogo dove riflettere sulle proprie emozioni e superare, con l’aiuto dell’insegnante, l’impasse tra risultati ottenuti e desiderati. Tutto questo però implica che l’insegnante sviluppi con i genitori un dialogo chiarificatore e proficuo sui sentimenti che accompagnano la vita scolastica di Livia.