Da Blitzquotidiano.it – 24/11/2013 – Quello che in Italia è considerato un tabù, maschi e femmine separati a scuola, nei paesi anglosassoni produce eccellenze. Nella classifica britannica dei migliori istituti secondari privati quelli che adottano una divisione in classi omogenee, rappresentano ben 21 delle prime 25 scuole. In particolar modo le divisioni giovano alle donne: dal momento che le prime 16 sono femminili, solo 5 sono maschili. Anche nelle pubbliche 15 dei primi 25 istituti sono monogenere, 9 femminili e 6 maschili; un risultato eccellente, soprattutto se si pensa che sono soltanto il 2% del sistema statale.

Lo stesso accade negli Stati Uniti, patria delle sette sorelle, le migliori università undergraduate da contrapporre a quelle dell’Ivy League, nell’800 appannaggio dei soli maschi. Qui l’argomento è piuttosto caldo, tanto che nel 2011 alcuni ricercatori del Consiglio Americano per la scuola mista hanno pubblicato uno studio dal titolo eloquente: “La pseudoscienza della scuole single sex”. Lo studio apparso sulla prestigiosa rivista Science sostiene che non c’è alcun vero dato scientifico a sostegno di queste tesi e che il successo delle scuole monogenere è dovuto semplicemente ai loro standard altamente selettivi.

Sono molti ad essere contrari: dividere i ragazzi dalle ragazze equivale ad affermare una differenza tra uomini e donne. E’ solo un passo indietro. E poi, una volta affermata la diversità tra uomini e donne, come si potrebbe impedire che qualcuno riaffermi la differenza tra bianchi e neri o tra ebrei e cattolici, per esempio?

Intanto la moda comincia a sbarcare anche nella vecchia Europa. In Germania le scuole monogenere sono circa 200, in Francia quasi 250. L’Australia, invece, ne conta ben 1479 con risultati nell’apprendimento tra il 15 e il 22% migliore di quelle miste; in Giappone, poi, ci sono più di 400 istituti omogenei.

Il Corriere della Sera ha chiesto delucidazioni a Carlo Finulli, maestro di una scuola elementare maschile di Milano gestita dal Faes, un’associazione di genitori e insegnanti che si rifà ai principi educativi del fondatore dell’Opus Dei, Josemaría Escrivá.

“Le bambine sin da piccole sono più ordinate e possono seguire lezioni più lunghe – spiega al Corriere – I maschi hanno bisogno di più pause e di molta competitività. I dati dimostrano che nelle classi miste le femmine non danno il massimo perché si adeguano al ritmo dei maschi”. E’ importante che anche gli insegnanti siano omogenei: “In questi anni ho constatato che per i ragazzi avere un maestro dello stesso sesso aiuta a stabilire la relazione con l’autorità. Si cresce con i modelli” dice Finulli.

Il Faes gestisce 14 istituti in sette città, da Milano a Palermo e circa 3 mila studenti. I programmi sono uguali, maschi e femmine seguono le stesse attività. Si gioca a scacchi, si fa teatro e non ci sono bidelli. Sono gli stessi studenti ad alternarsi in compiti di segreteria che li responsabilizzano.

In Italia la divisione tra maschi e femmine nelle scuole statali è stata abbandonata negli anni ’60 in nome delle pari opportunità e per aumentare l’interazione tra i due sessi. Una scelta che allora aveva solidissime ragioni socio-culturali ma c’è chi si domanda se quarantacinque anni dopo sia ancora così? Negli Usa la divisione per generi è sponsorizzata anche da femministe come la ricercatrice Carol Gilligan, che la giudica “lo strumento migliore per crescere ragazze creative e capaci di assumersi rischi”.