Da Repubblica.it – 10/05/2015 – Sei italiani su dieci riconoscono un crescente valore sociale ai docenti, ritenuti di questi tempi un autentico punto di riferimento. Anche per questo il governo non può non dialogare con loro

QUESTA volta Matteo Renzi è stato meno perentorio che in altre occasioni. Di fronte alle manifestazioni contro la riforma della scuola, presentata dal governo, ha preferito mantenere distinto il giudizio sugli attori della protesta dei giorni scorsi. Gli insegnanti, gli studenti. E i sindacati. Per dividerli. Per confermare la sua distanza dal sindacato. Con il quale non intende cambiare registro. Era e resta “l’altra parte”. Il passato. Come i “vecchi” partiti, come le “vecchie” istituzioni. Ma gli studenti e gli insegnanti: no. Perché la scuola è un riferimento centrale. Per i giovani. Per le famiglie. Per la società. Oltre metà dei cittadini, il 53%, continua, infatti, a esprimere fiducia nella scuola (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Dicembre 2014).

LE TABELLE. Mentre circa il 60% si dice soddisfatto del funzionamento delle scuole, di diverso tipo e livello. In primo luogo di quelle elementari, quindi dell’università e, in misura più limitata, delle medie. Più di 6 persone su 10, inoltre, manifestano fiducia nei confronti degli insegnanti. Pubblici (Osservatorio Demos Coop per la Repubblica delle Idee, ottobre 2014). Perché la differenza tra istruzione pubblica e privata, negli orientamenti dei cittadini, appare elevata. A vantaggio del pubblico. Così il premier si dice disposto a negoziare. “Perché la scuola non è dei sindacati ma degli studenti e del loro futuro”. E, ovviamente, dei docenti, che, quotidianamente, sono a contatto con gli studenti e con le loro famiglie. Anche per questo Renzi ha mostrato maggiore apertura al dialogo, che in altre occasioni. Dopo aver promosso una consultazione online molto frequentata. Mentre con altre categorie, con i magistrati in particolare, i rapporti appaiono meno distesi. Anzi molto più tesi. E polemici.

Il fatto è che il divario tra “investimento pubblico” e “rendimento sociale”, nel caso della scuola, è particolarmente elevato. E Renzi sa bene che per costruire una “buona scuola” occorrono risorse. Molto più ampie di quelle attuali. E di quelle previste dalla riforma. L’Italia, infatti, impiega il 4,2% del proprio Pil nell’istruzione pubblica. In Europa è 23esima. E investe nella ricerca l’1% del Pil. Metà rispetto all’Unione Europea. Tuttavia, questa è già una Buona Scuola. Nonostante tutto. Un caso esemplare di “investimento dissipativo”. Perché ha buoni insegnanti. Coltiva buoni studenti, che diventano buoni diplomati, laureati. Buoni ricercatori  –  “ricercati” dovunque. E, infatti, li trovi dovunque. Nelle università, nelle imprese, nei centri studi di tutto il mondo. Se ne vanno dall’Italia e spesso non rientrano.

D’altronde, oltre due terzi degli italiani (Demos-Coop, aprile 2015) ritengono che i giovani, in futuro, occuperanno una posizione sociale peggiore rispetto ai loro genitori. Di conseguenza, il 70% si dice convinto che per fare carriera sia necessario andare all’estero. Si spiega così la frustrazione degli insegnanti. Che si sentono s-valutati, nonostante la loro valutazione, sul piano sociale, sia molto positiva. Oggi, infatti, circa 6 persone su 10 considerano elevato il prestigio professionale dei maestri elementari e dei professori delle scuole medie e superiori. E oltre 7 italiani su 10 esprimono la stessa opinione riguardo ai professori universitari. Occorre aggiungere che la crisi, negli ultimi anni, ha incrementato il valore sociale di tutte le professioni. In altri termini: del lavoro in sé. Ma non nella misura registrata dai docenti: 15-20 punti in più, rispet- to al 2007. Mentre, nello stesso periodo, il prestigio dei medici è cresciuto di 8 punti, quello degli imprenditori di 5. E quello dei magistrati di 2. Questa tendenza è stata, probabilmente, alimentata dal dibattito sulla riforma della scuola.

Ma anche, vorrei dire: soprattutto, dal forte deficit di riferimenti. Nell’ambito delle istituzioni, nella società. Nel lavoro e nella vita quotidiana. La considerazione nei confronti degli insegnanti  –  e della scuola  –  si è allargata, più che in passato, perché oggi si percepisce un diffuso disorientamento sociale. Un senso di “vuoto” che, più ancora di prima, spinge a cercare “chiodi” a cui attaccarsi. Il prestigio sociale degli insegnanti, la soddisfazione nei confronti della scuola  –  pubblica  –  riflettono, dunque, un sentimento di fiducia che  –  per usare un sinonimo  –  è anche “confidenza”. Si rafforza, cioè, attraverso i legami e le relazioni sociali. Un giorno dopo l’altro. Come la (e insieme alla) “famiglia”.

Così si spiega la disponibilità al dialogo con gli insegnanti. (Peraltro, particolare non trascurabile, elettori tradizionalmente vicini al centro-sinistra.) Tuttavia, non è detto che, alla fine, non prevalga, anche stavolta, la figura del Premier ipercinetico, che fa-quel-che-dice. Ma questa volta entrerebbe in contraddizione con lo Storytelling dell’innovazione, narrato fino ad oggi. Perché la nostra scuola è l’emblema di un Paese che esporta le sue competenze e i suoi giovani. L’Italia: è un Paese sempre

 più vecchio, dal quale i giovani più preparati, appena possono, fuggono. E non ritornano. Per questo, una “buona scuola” è importante. Ma perché costruirla “contro” i suoi protagonisti? Contro gli studenti? E contro gli insegnanti?