Da Repubblica.it – 28/03/2015 – La riforma del governo vara nuovi strumenti finanziari per i dirigenti scolastici. Ma resta in vigore legge del governo Monti del 2012 che assoggetta il sistema scolastico alla Tesoreria unica

Giorgio Rembado, presidente Associazione italiana presidi SI fa presto a dire autonomia, ma senza soldi è più difficile. E la riforma della scuola che presto arriverà in Parlamento nasconde una contraddizione. Da una parte immagina un dirigente scolastico-sindaco, che deve preoccuparsi anche di trovare risorse. A questo scopo vengono forniti anche strumenti finanziari nuovi, come il 5×1000 o lo ‘school bonus’, che prevede uno sgravio per tutti coloro che faranno donazioni a una istituzione scolastica. Dall’altra però il ddl non restituisce ai dirigenti scolastici il fondo cassa che fino a pochi anni fa potevano gestire direttamente individuando tramite bando una “banca tesoriera”. Dal 2012 tutto è tornato in mano allo Stato, e le scuole non hanno più una loro cassa autonoma, ma solo una “banca cassiera” su cui è depositato un conto corrente che fa da interfaccia con la Tesoreria unica.

Il ratto delle risorse scolastiche. La legge che ha centralizzato tutti i soldi delle scuole in Banca d’Italia è la 135 del 7 agosto 2012, ovvero la Spending Review del governo Monti. Tra le tante misure di contenimento della spesa pubblica venne deciso anche “l’assoggettamento del sistema scolastico al sistema di Tesoreria unica”. Secondo il ministero dell’Istruzione fu un modo per dare maggiore autonomia alle scuole, assicurando un rapporto meno burocratico nell’assegnazione dei fondi statali. Fatto sta che le scuole da allora sono obbligate a depositare in Banca d’Italia tutto: non solo i finanziamenti statali, ma anche i denari che  –  chi per un verso chi per un altro  –  i dirigenti scolastici erano riusciti a racimolare come il contributo volontario dei genitori, le donazioni di sponsor, lasciti liberali. Ovviamente la maggior parte delle scuole non conservava chissà quale tesoro in banca. Ma c’è chi qualche soldo lo aveva: basti pensare che la circolare inoltrata dal Ministero dell’Economia a tutte le scuole nel novembre 2012 specifica che con il passaggio alla Tesoreria Unica non sarebbe più stato possibile investire in prodotti finanziari, eccezion fatta per gli acquisti dei Buoni del Tesoro. Ovvero: qualche scuola aveva anche messo a frutto i soldi raccolti in proprio, magari legandoli a qualche deposito o comprando bot. Il passaggio alla Banca d’Italia ha obbligato alla smobilitazione di tutti gli investimenti finanziari, eccezion fatta per i titoli di stato italiani, che non sono stati liquidati.

Un affare per lo Stato, una “fregatura” per le scuole. Ma perché venne scelta la via della centralizzazione? Il dragaggio nazionale delle risorse scolastiche portò a un risparmio per la finanza pubblica. Il comunicato stampa di presentazione della Spending Review spiegava senza girarci intorno (http://www. governo. it/Presidenza/Comunicati/testo_int. asp?d=68656) : “In questo modo Banca d’Italia disporrà di una maggiore disponibilità di cassa di circa 1 Miliardo di euro, con conseguente economia data dal miglioramento dei saldi di cassa e una minore spesa di interessi sul debito pubblico quantificabile in circa 8 milioni per il 2012 e 29 milioni a regime. Le scuole a questo punto potranno gestire la propria liquidità come fanno già ora gli enti di ricerca”. Insomma, quei soldi “rubati” alle scuole servivano allo Stato per migliorare i conti. Peccato che per i dirigenti scolastici la novità abbia comportato minore autonomia e un aggravio di spese: “Non tanto nella gestione delle risorse: ogni scuola ha la sua contabilità, e quando si chiedono i soldi alla banca cassiera arrivano  –  racconta Gianni Carlini, responsabile dei dirigenti scolastici della Flc Cgil – Certamente, però, avere un rapporto finanziario con una banca portava a qualche benefit, oltre che la possibilità di trattare sugli interessi. Adesso invece  –  dice ancora Carlini  –  alla scuola sono rimaste solo le spese da pagare per il mantenimento di un conto in banca che serve da giroconto alla Tesoreria unica”. Carlini ci tiene a precisare che il recupero dell’autonomia finanziaria non è tra le prime priorità su cui controbattere alla riforma della scuola: “Il nostro punto  –  precisa  –  è che con la riforma si sta tentando per l’ennesima volta di tagliare fondi alle scuole, chiedendo ai dirigenti scolastici di trovarsi i soldi con il 5×1000 o lo school bonus”. Tuttavia il dirigente scolastico della Cgil ricorda che il sistema della Tesoreria Unica nasconde insidie finanziarie tutte a scapito delle scuole, a partire da quell’1% di interessi corrisposto dalla Banca d’Italia comunque vadano le cose. Probabile che con una trattativa in banca si potrebbe strappare qualcosa di più.

Un’autonomia a metà. Ora che i dirigenti scolastici vengono spronati ad aprirsi al territorio, cercando nuovi modi per attirare finanziamenti verso la scuola, il fatto di non avere un proprio fondo cassa potrebbe essere controproducente. “Siamo favorevoli a ogni innovazione che comporti una maggiore autonomia della scuola, dalle innovazioni didattiche alle innovazioni finanziarie e economiche come il 5×1000  –  dice Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale dirigenti scolastici  –  è certo però che poi queste innovazioni vanno sostanziate con una reale autonomia della scuola”.

Il ministero: la Tesoreria Unica è una agevolazione. Per ora non si prevedono cambiamenti sul fronte del fondo cassa. I soldi delle scuole restano custoditi alla Banca d’Italia. Anche perché, secondo il ministero dell’Istruzione: “L’obiettivo della legge del 2012 non era dare minore autonomia alle scuole. E’ cambiato certamente il luogo dove vengono appoggiate le risorse. Ma non c’era e non c’è intenzione di limitare l’autonomia delle scuole. Il ddl in arrivo in Parlamento va nella direzione di lasciare la massima autonomia alle scuole”.