Da Repubblica.it – 20/03/2015 – I contenuti del disegno di legge sulla Buona scuola hanno rimesso in discussione i criteri del decreto iniziale: interi blocchi di docenti in attività restano fuori.Dopo gli annunci e i continui cambi di marcia del governo sulla Buona scuola, i precari sembrano tutti scontenti: sia i 100mila ai quali, se il Parlamento farà in fretta, è stata assicurata l’immissione in ruolo da settembre, sia i 202mila esclusi dal mega piano di assunzioni, alcuni dei quali in cattedra da supplenti anche da dieci anni. E con la prospettiva dopo lustri di sacrifici, e quattrini sborsati per acciuffare l’abilitazione all’insegnamento, di doversi inventare in un’altra professione. Insomma, un paradosso generato dai continui stop and go in corso d’opera tra il 3 settembre, data in cui è stato presentato il dossier La Buona scuola, e lo scorso 12 marzo, giorno in cui il consiglio dei ministri ha finalmente varato un disegno di legge che contiene il piano di assunzioni per l’anno prossimo.
Poco più di sei mesi in cui migliaia di precari, con l’orecchio attento alle parole del premier Renzi, si sentivano il posto in tasca. E che adesso temono di finire nella polvere. Padri e madri di famiglia che, senza troppi giri di parole, si sentono traditi. Alcuni sono scesi in piazza ieri, altri sono in sciopero della fame da giorno 9 marzo e non intendono recedere da questa forma di protesta estrema. Sono in tutto una cinquantina, quasi tutti con almeno 10 anni di supplenze alle spalle, disseminati in tutta Italia. Il record spetta a Francesca Inzerillo, precaria da 20 anni su Filosofia e storia, che insegna in provincia di Palermo. Tutti chiedono “assunzioni subito e senza condizioni” e dicono “No alla Buona scuola”.

Ma andiamo con ordine. Lo scorso settembre il governo annunciava 148mila immissioni in ruolo a partire dal prossimo primo settembre. Nell’imbarcata generale rientravano tutti, nessuno escluso, gli iscritti nelle graduatorie provinciali ad esaurimento e gli idonei dell’ultimo concorso a cattedre, circa 6mila persone. L’obiettivo dichiarato è quello di chiudere definitivamente col precariato della scuola e avviare una stagione di concorsi in cui gli insegnanti vengano assunti esclusivamente “per merito”. Ma a fine novembre arriva la prima tegola: la Corte di giustizia europea condanna l’Italia per abuso di contratti a termine nella scuola.

In altre parole, i giudici di Lussemburgo ritengono che la reiterazione di contratti a tempo determinato nei confronti delle migliaia di supplenti che lavorano giornalmente nella scuola non sia affatto giustificato dalle caratteristiche specifiche del settore scolastico. E un numero non meglio precisato di supplenti  –  25mila secondo fonti ministeriali, 60mila secondo fonti sindacali  –  sperano di rientrare nel piano di assunzioni che il governo sta preparando, anche se non inclusi nelle graduatorie ad esaurimento, in virtù del fatto che sono in cattedra da almeno tre anni. Il piano di assunzioni è il cuore della Buona scuola renziana, il tassello principale da cui scaturiscono quasi tutti gli altri tasselli: organico funzionale, aumento delle discipline studiate, eliminazione della “supplentite”, rilancio dell’autonomia scolastica, solo per citarne alcuni. Il governo, per dare attuazione ai principi delineati nel dossier estivo, predispone un decreto-legge che all’articolo 12 prevede un “piano assunzionale straordinario” e all’articolo 13 una nuova “procedura concorsuale”. Ma, i primi di marzo, quando il decreto-legge comincia circolare, arriva a sorpresa un clamoroso cambio di rotta: Renzi, accusato di decisionismo dalle opposizioni, stavolta decide che la riforma passerà attraverso un disegno di legge. E manda in soffitta il decreto-legge che contiene le assunzioni di tutti i precari e quote riservate nei futuri concorsi per chi rimanesse fuori. Il 3 marzo il presidente del Consiglio illustra le “Linee guida della Buona scuola”, ma del piano di assunzioni non c’è traccia.

Soltanto il 12 marzo, quando il governo approva il disegno di legge, si scopre che 30mila docenti di scuola dell’infanzia resteranno congelati: per loro nessuna assunzione dal primo settembre, perché devono aspettare l’approvazione del percorso zero-sei anni proposto dalla senatrice del Pd, Francesca Puglisi. E, a sorpresa, restano fuori anche i 6mila idonei del concorso bandito nel 2012, che avrebbero dovuto entrare di ruolo addirittura prima dei colleghi inseriti nelle graduatorie provinciali. In più, nessun precario sa ad oggi chi verrà assunto in effetti perché l’organico dell’autonomia si forma dal basso  –  saranno i dirigenti-sindaci a richiedere le risorse al ministero  –  e solo dopo una ricognizione si saprà chi è dentro e chi resterà fuori. Un cambio di rotta che spiazza tutti: i 36mila  –  infanzia e idonei del concorso  –  si sentono traditi, mentre i 100mila col posto virtualmente in tasca non prendono bene la novità di passare sotto le forche caudine del preside-sindaco per la conferma in ruolo, anziché sotto il giudizio del più democratico Comitato di valutazione del servizio degli insegnanti. E, dopo anni di precariato, non sono affatto contenti di andare incontro ad una rimandatura a settembre, o addirittura una bocciatura, se il loro lavoro non sarà gradito al dirigente scolastico-sindaco. In più, l’idea di fare da tappabuchi nell’organico funzionale dell’autonomia non è certo il massimo. Ad ascoltarli, i precari in attesa dell’assunzione si sentono già insegnanti di serie B perché nessuno sa cosa li attende dall’organico funzionale dell’autonomia. “Ci chiameranno per fare le fotocopie”, dice sarcasticamente uno di loro.

Ma non solo. In coda alla lunga lista degli scontenti ci sono i dimenticati dal governo, che non avranno più il salvagente del concorso pubblico con una quota di posti riservati. E’ lo stesso dossier di settembre a scandirne l’elenco: quasi9mila laureati in Scienze della formazione primaria che misteriosamente dopo il 2010/2011 non possono più accedere alle graduatorie ad esaurimento;55mila diplomati magistrali il cui titolo di studio è abilitante e hanno diritto di entrare nelle liste provinciali; 500 “congelati” Ssis (le Scuole di specializzazione all’insegnamento secondario); 69mila abilitati attraverso i Percorsi abilitanti speciali (i Pas) e 33mila abilitati attraverso i Tirocini formativi attivi (i Tfa), che hanno tutti foraggiato gli atenei con cospicui versamenti per pagare le tasse. In totale, 166mila abilitati di stato che non hanno prospettive se, come recita il testo provvisorio del disegno di legge, dopo il primo settembre il ministero cancellerà le graduatorie provinciali dei precari per dare vita soltanto a concorsi pubblici. Molti si trovano nelle graduatorie d’istituto e lavorano anche da dieci anni su cattedre vacanti.  Dario, docente di Informatica iscritto nelle graduatorie d’istituto, si sente “offeso e non considerato”. “Un docente che dopo 11 anni di supplenze scopre che non sarà immesso in ruolo a meno che, come dice Renzi, non vinca il concorso del 2016. Altrimenti rimani a casa”. Stessa disperazione per Pasquale, abilitato per effetto della laurea in Scienze della formazione primaria, che non riesce a darsi pace per non esser mai riuscito ad entrare nelle graduatorie che daranno il posto. Resteranno fuori, ma per loro c’è sempre l’ancora di salvataggio del giudice del lavoro, anche color che rientrano nella sentenza della Corte di giustizia europea che ha condannato il nostro paese per abuso di contratti a tempo determinato. Il caso di Dario e di migliaia di suoi colleghi, che potrebbero ottenere il lasciapassare per la cattedra affidandosi alla carta bollata.