Da Repubblica.it – 17/04/2015 – Secondo lo studio il 2014 ha registrato “timidi segnali di ripresa del mercato del lavoro”. Ma ancora pesano le inefficienze del Paese e situazione economica

I LAUREATI italiani iniziano a vedere la luce in fondo al tunnel. Ma, a livello occupazionale, pagheranno a lungo il prezzo della crisi economica che ha travolto l’Italia negli ultimi anni. Il quadro che emerge dal XVII Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, presentato questa mattina a Milano, fa intravedere una inversione di tendenza rispetto al passato e fa ben sperare per il futuro dei giovani laureati, ma bacchetta i manager ancora troppo poco istruiti.

L’appuntamento annuale del consorzio interuniversitario fondato da Andrea Cammelli, analizza la condizione lavorativa dei laureati di 65 atenei italiani ad un anno dalla discussione della tesi e a cinque anni. Il report, che prende in considerazione la situazione di circa 490mila laureati nel 2014 “registra timidi segnali di ripresa del mercato del lavoro”. Ma “le speranze per un 2015 più roseo non cancellano i pesanti effetti della recessione sui giovani, anche se laureati, che pagheranno in futuro il prezzo più elevato della crisi”.

E’ questa in sintesi la situazione in cui si trovano oggi i nostri giovani più istruiti, costretti a scontare antichi ritardi tutti italiani e l’effetto della disastrosa situazione economica del nostro Paese. I timidi segnali riscontrati dal rapporto non devono, insomma, farci abbassare la guardia. Perché, “come testimoniano i dati relativi ai laureati a cinque anni dal titolo, il lungo periodo di recessione ci consegna  –  spiega Francesco Ferrante, componente del comitato scientifico di AlmaLaurea  –  un pesante fardello e conferma delle persistenti difficoltà occupazionali di coloro che si sono laureati a cavallo della crisi”.

“Si tratta  –  prosegue il docente  –  di una gravosa eredità, che condizionerà le opportunità occupazionali, retributive, di carriera, di questi laureati anche nella fase di ripresa dell’economia e in un orizzonte di medio-lungo termine. Il messaggio quindi, anche in quest’ambito è: prevenire è sempre meglio che curare”. Attraverso “politiche macroeconomiche più attive, coordinate su scala europea, un maggiore impegno sul fronte delle politiche industriali e l’adozione di misure volte a valorizzare la conoscenza e a favorire l’incontro tra domanda e offerta di capitale umano”. Uno scenario che per Andrea Cammelli, “nonostante i miglioramenti registrati, resta estremamente incerto”. Anche se “ancora oggi  –  prosegue il fondatore di Almalaurea  –  la laurea tutela il giovane sul mercato del lavoro più di quanto non lo faccia il solo diploma”.

Ma occorre che “oltre ad un’efficace politica di orientamento, il sistema Paese torni a investire in un settore così strategico come quello dell’istruzione e delle politiche per il diritto allo studio. La carenza di risorse destinate al sistema universitario, infatti, costituisce un pesante ostacolo  –  ammonisce Cammelli  –  allo sviluppo del capitale umano su cui dovrà sempre più poggiarsi l’economia nazionale”. Ecco perché. Per disoccupazione giovanile e Neet il nostro Paese detiene un triste primato europeo. Mentre i manager italiani risultano ancora troppo poco istruiti per rilanciare le sorti della nazione. “I dati Eurostat  –  si legge nel rapporto  –  segnalano, ad esempio, che sebbene il quadro sia in tendenziale miglioramento, nel 2013 ben il 28 per cento degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo”.

Per avere un termine di paragone basti pensare che la media europea si attesta al 10 per cento, mentre “la  Spagna (paese in ritardo nei livelli di scolarizzazione degli adulti e con tratti socio-culturali simili al nostro)” è al 19 per cento e la Germania (paese col quale si è soliti fare i confronti perché caratterizzato da un peso del settore manifatturiero simile al nostro) è al il 5 per cento. “Di contro, sempre nel 2013, la quota di manager italiani laureati era meno della metà della media europea: i manager laureati in Europa (a 27 Paesi) erano il 54 per cento, mentre in Italia la percentuale risulta pari al 25 per cento”. Una precisazione che non ha soltanto valore statistico. Secondo un’autorevole studio “i meccanismi di gestione delle risorse umane” in Italia mettano in pericolo le prestazioni del sistema Paese.

“In particolare la scarsa meritocrazia e trasparenza” dei meccanismi di reclutamento, hanno “giocato un ruolo centrale nel determinare l’insoddisfacente performance del sistema produttivo italiano negli ultimi 20 anni (Pellegrino and Zingales, 2014)”. Anche se la laurea rappresenta sempre una garanzia per il futuro lavorativo. Tanto che, dal 2007 al 2014, “il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 3,6 a 12,3 punti percentuali”. Ad un anno dalla tesi, il tasso di occupazione dei laureati triennali è del 66 per cento e dei laureati magistrali (biennali) è del 70 per cento. Con un lieve calo del tasso di disoccupazione. Anche se, tra il 2012 e il 2013, il lavoro stabile  –  contratti a tempo indeterminato e lavoro autonomo  –  è in calo. Mentre “le retribuzioni ad un anno risultano in lieve aumento e superano, seppure di poco, i 1.000 euro netti mensili”.

La situazione occupazionale dei laureati a cinque anni dal titolo  –  pari all’86 per cento  –  è invece peggiorata rispetto all’anno scorso. Perché, spiega il rapporto, “i momenti di criticità vissuti negli ultimi anni dai neo-laureati si sono inevitabilmente riversati anche sui laureati di più lunga data”. Con Medici  –  occupati nel 97 per cento dei casi  –  e Ingegneri  –  occupati nel 95 per cento dei casi  –  che sfiorano la totale occupazione. Mentre il dossier conferma che “a soffrire maggiormente degli effetti negativi delle crisi che, come si è detto, si sono inevitabilmente riversati anche sui laureati di più lunga data, sono soprattutto le fasce storicamente più deboli del mercato del lavoro: donne e residenti al Sud”.