Da CorrieredelleComunicazioni.it – 04/06/2013 – La diffusione di connessioni e supporti digitali è un pilastro fondamentale per una scuola allineata al suo tempo. Ma è necessario introdurre nel percorso formativo lo sviluppo di competenze digitali.
Bambini e ragazzi vengono spesso definiti come “nativi digitali”: immersi fin dalla più tenera età in un ambiente pervaso dalla tecnologia, la utilizzano in modo naturale e sviluppano modalità cognitive e relazionali fortemente legate a questa realtà. Si tratta di un profondo cambiamento con cui la scuola si confronta quotidianamente, facendo i conti allo stesso tempo con la cronica carenza di risorse destinate alla digitalizzazione di ambienti e processi educativi, e con il persistente ritardo culturale e infrastrutturale che caratterizza il nostro paese.
Di recente l’Ocse ha analizzato, su richiesta del Miur, lo stato del Piano nazionale italiano per la scuola digitale avviato nel 2007: l’Italia investe appena cinque euro a studente per la dotazione e l’evoluzione tecnologica nelle scuole. Anche una semplice connessione a internet è disponibile appena per poco più del 50% delle classi, e si è stimato che di questo passo per arrivare a un grado di digitalizzazione “materiale” pari a quello attuale dell’Inghilterra ci vorrebbero quindici anni!
La diffusione di connessioni e supporti digitali e la creazione di Classi o Scuole 2.0 è un pilastro fondamentale per una scuola allineata al suo tempo, ma c’è un altro aspetto da considerare, spesso trascurato nelle analisi: la necessità di introdurre sistematicamente nel percorso formativo lo sviluppo di competenze digitali che permettano di utilizzare con spirito critico, produttività, efficacia, la tecnologia disponibile: agli studenti, ed anche ai docenti.
Il sistema educativo non deve accogliere solo nuovi mezzi, ma anche nuovi contenuti, nuove modalità di insegnamento e di relazione con l’esterno.
In questo percorso è necessario sostenere anche gli insegnanti, superando le loro resistenze offrendo loro formazione e strumenti di supporto alla didattica; un compito che Aica porta avanti, ad esempio, nella scuola primaria e nelle scuole medie, con progetti quali Paddi, la patente per la didattica digitale, e con strumenti quali Digiteen, piattaforma che permette di creare classi virtuali dedicate all’insegnamento dell’informatica con la patente del computer Ecdl ed alla preparazione dei test Invalsi.
Ogni intervento, inoltre, va pensato in un quadro di riferimento necessariamente internazionale – quanto meno europeo – considerando le caratteristiche globalizzate del mercato formativo e del lavoro in cui i giovani dovranno inserirsi.
Esempio utile di approccio che integra competenze, tecnologia e prospettiva occupazionale è un progetto avviato sempre da Aica, in collaborazione con il Miur e Confindustria digitale, per introdurre competenze digitali professionali di base nella scuola superiore, utilizzando il sistema di competenze informatiche professionali Eucip. A partire da una prima sperimentazione in tre Istituti Tecnici Economici ad indirizzo Sistemi Informativi Aziendali, è nata una proposta per integrare l’insegnamento di diverse discipline, permettendo agli studenti di conseguire la certificazione Eucip core, relativa alle conoscenze fondamentali comuni a tutti i profili professionali di area Ict, una certificazione ampiamente riconosciuta nel mondo del lavoro.
Sono oggi 89, su poco più di 400, gli istituti Sia che hanno già aderito a quello che si è trasformato in un protocollo che non trascura alcuno degli aspetti relativi alla “digitalizzazione” della scuola: la formazione dei docenti (500 fino ad oggi), la disponibilità di un ambiente digitale flessibile, materiali didattici per l’insegnamento e l’apprendimento, con la possibilità a partire dal prossimo anno scolastico di richiedere un finanziamento al Miur per avviare il progetto nel proprio istituto.

di Giulio Occhini, direttore di Aica