Da Repubblica.it – 20/07/2013 – L’Accademia della Crusca e le principali associazioni di linguistica stilano un documento a favore del plurilinguismo, importante fattore di crescita intellettuale e sociale: primo firmatario Tullio De Mauro. Chiedono politiche adeguate, strumenti strutturali per insegnanti e formatori per combattere pregiudizi. E il ministro Kyenge risponde.
Da un lato un paese profondamente cambiato, sempre più multiculturale, dove in classe, a fianco di Sofia, Marco e Luca siedono ormai da anni, anche Ahmed, Lin e Phoebe. Dall’altro la scuola, luogo principe di studio, accoglienza e porta di ingresso per la società, dove ci si affida all’inventiva degli insegnanti o alla loro buona volontà senza fornire strumenti strutturali per favorire la conoscenza e l’uso di più lingue e sconfiggere pregiudizi duri a morire.
E’ questo il quadro in cui è maturato il documento, presentato dall’Accademia della Crusca e dalle principali associazioni linguistiche italiane alla presidenza del Consiglio, al presidente della Repubblica e a diversi ministeri, a favore del plurilinguismo, indicato come importante fattore di crescita intellettuale e sociale. Un appello per chiedere che, partendo proprio dalla scuola, si promuovano politiche adeguate e si faccia formazione, senza affidarsi all’iniziativa dei singoli insegnanti e formatori. E sgomberare il campo dai pregiudizi: conoscere e usare più lingue, sottolineano gli esperti, regala una marcia in più, arricchisce a livello personale, è un bene di valore inestimabile per la crescita della persona e della società.
“Non è vero che ‘lingua scaccia lingua’”, sottolinea Miriam Voghera, professoressa di linguistica generale alla facoltà di Lingue all’università di Salerno, promotrice dell’iniziativa che ha come primo firmatario il linguista Tullio De Mauro. “Consolidare la lingua materna, qualunque essa sia, permette di costruire un ponte verso gli altri idiomi e ne favorisce l’apprendimento, certifica la scienza”. Eppure c’è ancora chi continua ad essere convinto che sia meglio per i bambini stranieri tagliare i ponti con la lingua madre per concentrarsi invece su quella del paese in cui si vive. Per “non fare confusione”, si sente spesso dire. Errore, spiega Voghera, motivato nella maggior parte dei casi da una scarsa conoscenza, più che da motivazioni razziste.
Questo è il senso dell’appello, nato a margine del recente convegno per addetti ai lavori tenutosi a Firenze, all’Accademia della Crusca, in occasione dei 50 anni di un’opera importante, la “Storia linguistica dell’Italia unita”, di De Mauro.
“Proprio in quell’occasione abbiamo notato”, racconta ancora Voghera, spiegando a Repubblica.it come è nata l’iniziativa, “che è ancora opinione diffusa fra operatori culturali, pediatri e alcuni insegnanti, che usare la lingua nativa possa frenare l’apprendimento dell’italiano. Spesso succede in buona fede, anche se ci sono tabù culturali: è un ragionamento che si fa più spesso magari con lo swahili o l’arabo, molto meno se la lingua madre è l’inglese o il francese”. Ma è sbagliato. “La scienza suggerisce che se si esclude la lingua madre, ai bambini mancano le fondamenta per apprendere altri idiomi. Consolidandola, invece, si crea un trampolino verso le nuove lingue”.
“Conoscere e usare più lingue è fonte di ricchezza”, questo il nome del documento elaborato da Silvana Ferreri e Miriam Voghera, e sottoscritto dalle principali associazioni linguistiche che si occupano di italiano, ribadisce che la compresenza di più lingue è fisiologica nel nostro paese, caratterizzato sin da tempi antichi dalla coesistenza di lingue e dialetti diversi e negli ultimi decenni da flussi migratori consistenti, che hanno portato uomini, donne e bambini che parlano lingue “altre”, importanti da un punto di vista culturale e sociale. Nel testo, si chiede che un’educazione plurilingue parta dalla scuola, di ogni ordine e grado, con metodologie adeguate, aggiornate e corrette. E che le istituzioni della repubblica favoriscano iniziative di formazione e aggiornamento nel campo delle Scienze del linguaggio, per attrezzare al meglio insegnanti e operatori socio-culturali che agiscono nel delicato e complesso mondo dell’immigrazione.
La scienza ha ormai pochi dubbi sui vantaggi che crescere padroneggiando più idiomi comporta, da un punto di vista cognitivo, e su come apra la mente e abitui a valutare prospettive diverse, ad apprezzare le altre culture. Gli addetti ai lavori chiedono ora alla politica di tenere il passo, sottolineando come la questione formativa vada inserita in un contento più ampio, come “elemento indispensabile per la ripresa economico-produttiva del paese” e nello specifico “la formazione plurilingue come condizione prima per l’esercizio dei diritti di cittadinanza, mezzo di coesione e crescita sociale”.
Finora l’unica risposta, positiva e di apprezzamento, è arrivata dal ministro Cécile Kyenge, che “ha colto il senso dell’appello, rispondendo in maniera brillante e competente”, spiega Voghera, centrando il punto: la tutela del diritti e la ricchezza che regala avere più lingue per descrivere un mondo. “Ad ogni ambiente linguistico corrisponde un universo culturale, una sfera personale, un repertorio di chiavi di lettura per comunicare e rappresentare se stessi e gli altri”, scrive nella sua risposta alle associazioni il ministro per l’Integrazione, stigmatizzando il “bilinguismo sottrattivo”, fenomeno per cui i figli di stranieri disimparano la lingua dei genitori “perché essa risulta socialmente screditata, percepita come uno stigma da dover cancellare”, scrive Kyenge, che ha promesso un impegno diretto.
La speranza ora è che è che anche gli altri ministeri diano un riscontro all’appello. “A partire dal ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Maria Chiara Carrozza”, si augura Voghera. “Ci rendiamo perfettamente conto dei problemi che l’Università attraversa in un momento difficile come questo, ma il problema”, conclude, “è tutt’altro che marginale”.