Da Repubblica.it – 01/08/2015 – All’insegnante Usa che ha vinto il “Nobel della scuola” un premio da un milione di dollari da spendere in 10 anni. L’insegnante più brava del mondo è una signora con i lunghi capelli bianchi, gli occhi blu, il sorriso dolce di una nonna e un determinazione feroce: “Ho cambiato il modo di insegnare, ho fatto innovazione senza chiedere il permesso a nessuno” aveva detto fra gli applausi al mattino, quando ancora non sapeva che di lì a poche ore avrebbe vinto la prima edizione di quello che viene già chiamato “il premio Nobel della Scuola”. Si chiama Global Teacher Prize, vale un milione di dollari a rate per dieci anni (a patto di insegnare per almeno altri cinque, però), e lo ha voluto un imprenditore sociale di origini indiane, Sunny Varkey, attraverso la fondazione che porta il suo nome. Si è svolto a Dubai in uno di quegli hotel da sogno che fanno impazzire i turisti. Per due giorni qui si sono dati appuntamento un migliaio di persone per assistere sì alla finale del premio, ma soprattutto per celebrare un mestiere spesso dimenticato eppure così importante: il mestiere di insegnante. “Il vero scopo del premio è risvegliare l’attenzione del mondo verso il ruolo degli insegnanti” ha detto poco prima dell’annuncio del vincitore l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, che ha ricordato i suoi professori, “senza i quali non sarei mai arrivato alla Casa Bianca “, e ha finito indicando solennemente i dieci finalisti sul palco: “Voi siete bellissimi “.

Il Global Teacher è partito appena un anno fa. Cinquemila candidature da più di cento paesi, e a ottobre la prima lista dei migliori 50 (anche due italiani, Daniele Manni e Daniela Boscolo). E già lì si è intuito che questo non sarebbe stato un premio qualsiasi, perché portava alla luce persone meravigliose con delle storie bellissime. Qualche settimana fa la lista dei migliori 10. Tre dagli Stati Uniti, uno dal Regno Unito, uno da Haiti e il resto da Africa e Asia. Si può dire, senza mancare di rispetto alla vincitrice, che alcuni degli altri finalisti sono dei veri giganti del nostro tempo: su tutti forse Phalla Neang, la più votata sul web, che ha inventato un metodo che combina musica e computer per insegnare l’inglese e la matematica ai ragazzi ciechi in un paese, la Cambogia, in cui la disabilità viene spesso vista come la punizione per i peccati commessi in una vita precedente. Ma hanno destato grande emozione anche le storie di Azizullah Royesh, che ha fatto avanti e indietro più volte dall’Afghanistan per le guerre, fino a quando ha fondato una scuola che gli è costata la condanna a morte dei taliban perché le sue studentesse avevano lanciato una campagna contro lo stupro; e di Stephen Ritz, che in uno delle zone più degradate degli Stati Uniti, il Bronx meridionale, ha trasformato la scuola in un orto e attraverso il cibo insegna a ragazzi altrimenti perduti il rispetto, il lavoro e un futuro possibile (si contano un centinaio di orti con il suo metodo).

Ma ha vinto Nancie Atwell, 63 anni, una superstar del mondo dell’istruzione (i suoi libri, in cui spiega il suo metodo didattico, sono acclamati best seller). Anche se fino a ieri sera non aveva ancora una voce che la racconti su Wikipedia e non usa il profilo Twitter da un anno. Non un caso: la storia di Nancie e quella degli altri nove finalisti è stata la celebrazione degli insegnanti come persone, la loro rivincita sulla tecnologia. Solo qualche anno fa si sarebbe parlato di portare i tablet nei paesi in via di sviluppo (ricordate l’OLPc di Nicholas Negroponte?) e di software e lavagne multimediali come supporti essenziali. E invece qui i dieci finalisti avevano tutti in comune solo una grande passione: una passione per l’insegnamento e un vero amore per gli studenti. E non importa se non ci sono risorse, non importa se in qualche caso c’è la guerra alle porte, non importa se il ministro di turno non fa la riforma che tutti aspettano.

“Facciamo innovazione senza permesso” ha ripetuto più volte Nancie Atwell. La sua ha un sapore antico e profuma di carta. Il suo metodo, consacrato da un centro per l’insegnamento e l’apprendimento che ha fondato nel 1990 nel Maine, si basa sui libri. “I miei ragazzi ne leggono almeno 40 l’anno”. Quali? È qui la novità: “Li scelgono loro. Da una libreria che aggiorniamo continuamente con più di diecimila titoli. Sono loro a dirmi cosa vogliono leggere, di cosa vogliono scrivere e imparano a farlo “. Così molti dei suoi allievi sono diventati scrittori, e gli altri hanno comunque avuto ottimi voti. Sono cresciuti. Con il milione di dollari del premio anche la scuola crescerà: “Possiamo andare avanti altri dieci anni”. Il suo messaggio è tutto nelle parole che ha detto dal palco: “I giorni in cui siamo felici ci fanno saggi e qui dentro dieci persone sanno cosa vuol dire. Oggi con me hanno vinto tutti gli insegnanti del mondo”. Che cosa ha ancora da insegnare?, le ha chiesto un giornalista. “Io? Io sto ancora imparando come trasformare la scuola, ogni scuola, in un luogo di felicità e saggezza”. Felicità, ecco, se c’è una sola parola che unisce tutte queste storie è felicità. Per noi, che ascoltiamo queste storie, invece ce n’è un’altra: gratitudine.