Da OrizzonteScuola.it– 30/03/2014 – Di fronte ai modesti risultati dei nostri studenti nella comprensione dei testi, l’insigne linguista incoraggia i docenti a proporre l’esercizio del riassunto anche nel segmento medio-superiore, magari separando lingua e letteratura. Ma evitando i rischi di un italiano e di una matematica sterili, visti come mero supporto alla scrittura funzionale o al superamento di test. Anche se gli INVALSI non sono da buttare…

Lei è tornato molte volte sulla necessità di ripensare l’insegnamento della lingua italiana nelle nostre scuole. Non pensa però che nessuna riforma della didattica dell’italiano riuscirà davvero a colmare il vuoto desolante creato dall’assenza di lettura? A scrivere si impara imitando chi scrive…

“La scarsa abitudine alla lettura è certamente deplorevole. Però, credo si debba prima di tutto intervenire nell’immediato, ossia nella pratica didattica quotidiana. Quello della lettura, del resto, è un problema di più ampio raggio, che non coinvolge solo la lingua italiana. Ho proposto in più di un’occasione di separare gli esercizi di lingua (riconoscimento di strutture e produzione di testi) dalla letteratura, anche per restituire ai capolavori letterari un maggiore respiro, senza farli sentire agli alunni come un’imposizione scolastica”.

E a leggere si impara imitando chi legge: non è disonesto o per lo meno un po’ ipocrita addossare ai docenti anche la responsabilità della mancanza di affezione verso la lettura? Non si dovrebbe dire una buona volta che è compito dei genitori portare i ragazzi nelle biblioteche e nelle librerie esattamente come si fa per la palestra o il corso d’inglese?

“Non credo che la responsabilità possa essere palleggiata tra docenti e genitori. Sono in gioco ritmi di vita non comparabili con quelli di cinquant’anni fa e i ragazzi hanno conquistato un “diritto al tempo libero”, visto come un preciso momento della loro maturazione psicologica e cognitiva, in cui lo spazio per la lettura si è ridotto. È vero, però, che nelle famiglie si è un po’ perso, o almeno si è offuscato, il valore dello studio come esperienza culturale disinteressata: un sintomo in questo senso è la perdita di prestigio delle materie squisitamente umanistiche (dal latino alla filosofia), che si ritengono — a torto — poco importanti perché non immediatamente produttive in vista del futuro professionale. E si è perso anche il valore formativo dello sforzo e della fatica come indispensabile allenamento alle sfide della vita adulta”.

In una recente intervista a Repubblica ha detto che il problema dell’italiano scritto non è tanto nell’ortografia, su cui si insiste molto, ma sulla capacità argomentativa, sulla coesione dello scritto, sulla capacità di gerarchizzare le informazioni. Quale esercizio scolastico rende abili in tutto questo?

“Più precisamente: la competenza ortografica, grazie all’insistenza in merito fin dagli anni della primaria, è maggiore di quel che normalmente si ritiene; quel che rappresenta la carenza più grave è lo scarso dominio delle costellazioni lessicali e semantiche e, appunto, la capacità di maneggiare con sicurezza i requisiti testuali (coerenza e coesione). Andrebbe incoraggiato anche nel segmento medio-superiore (scuola secondaria di primo e di secondo grado) il riassunto. Non c’è nessun esercizio più adatto per attivare il corretto circuito di comprensione della lettura (con conseguente gerarchizzazione dei dati più significativi); per educare alla sintesi, correggendo la tendenza alla verbosità che impera nelle nostre scuole; per verificare la padronanza linguistica, graduando le consegne (da quella più facile: «Evidenzia le frasi del testo che manterresti, riducendone la lunghezza di x%»; a quella più complessa: «Riduci il testo a x battute/parole, sforzandoti di non ripetere mai più di tre parole in sequenza dell’originale»).

Secondo lei non si sta aprendo un varco un po’ troppo ampio a chi ritiene che il compito precipuo del docente di lettere debba essere insegnare a scrivere una relazione o una lettere di reclamo al gestore dei telefoni piuttosto che un buon commento a un canto di Leopardi o l’analisi di una novella di Boccaccio?

“Non c’è dubbio! L’importante è padroneggiare la ricchezza del ventaglio espressivo e i testi letterari restano pur sempre l’occasione di un incontro ad alto potenziale educativo. Guai se una materia (l’italiano, ma anche la matematica) si isterilisse, diventando un mero supporto alla scrittura funzionale (l’italiano) o, nel caso della matematica, al superamento dei test previsti per immatricolarsi ad alcune facoltà scientifiche, i quali devono essere il mezzo, non il fine, di una solida cultura scientifica”.

Sono ormai molti anni che la scuola italiana si è impantanata nella definizione di ciò che è conoscenza, ciò che è competenza, ciò che è abilità. Ma una conoscenza, se veramente posseduta, se criticamente acquisita dal discente, non diventa parte di lui traducendosi, quindi, naturalmente in una competenza? Come mai questa ossessione di creare competenti non conoscenti?

“Le confesso che resto alquanto freddo nei confronti di queste etichette. Preferisco soffermarmi su ciò che uno studente dovrebbe essere in grado di sapere o di saper fare al termine del ciclo di scuole superiori, comunque vogliamo denominare questo traguardo. Per la lingua italiana, direi: dominare un lessico di non meno di 50.000 parole; essere in grado di leggere l’editoriale di un quotidiano, ricavandone tutte le inferenze e i presupposti; essere capace di riformulare un testo dato — e qui naturalmente si può variarne la tipologia e il carattere a seconda dei vari indirizzi di studio — in una lingua corretta e possibilmente efficace (appunto, il riassunto)”.

Cosa pensa del grande tema dell’accertamento delle competenze linguistiche da parte di organismi esterni alla scuola? Le prove INVALSI la soddisfano?

“Le prove INVALSI non vanno viste come una classifica delle scuole, ma come un monitoraggio salutare. E sono molto utili perché quelle strutturate per la lingua italiana, che ho avuto occasione di esaminare, sono elaborate con sapienza, svecchiando il tradizionale apparato tassonomico e nomenclatore della didattica grammaticale, e puntando sull’effettiva comprensione di un testo e sulla competenza lessicale (compresa la morfologia lessicale, cioè la formazione delle parole) e semantica”.

La preoccupa il passaggio a una didattica integralmente digitale dell’italiano?

“Credo che la didattica debba mantenere il più possibile una grande varietà di strumenti: può essere utile l’apporto della telematica, ma certo il contatto col tradizionale libro cartaceo non può né deve essere eliminato. Soprattutto, il contatto con l’insegnante in carne ed ossa è irrinunciabile, specie per la didattica rivolta a bambini e adolescenti”.