Da Corriere.it – 21/10/2013 – Ignazio Visco: «Da noi studiare conviene meno, chi si laurea ha le stesse probabilità di un diplomato di trovare lavoro».

L’Italia deve investire in conoscenza per cambiare il futuro: la ricetta è più o meno risaputa, è lo chef che la suggerisce stavolta a stupire: si tratta di Ignazio Visco, il governatore di Bankitalia, che parlando al Forum del libro di Bari ha lanciato un accorato appello per rilanciare la scuola e l’università italiana e contrastare quell’«analfabetismo funzionale» che ci mette agli ultimi posti della classifica per livello d’istruzione rispetto agli altri Paesi avanzati. «Il rendimento dell’investimento in conoscenza- ha ricordato il numero uno di palazzo Koch citando Benjamin Franklin – è più alto di quello di ogni altro investimento. E’ la radice del progresso umano e sociale, la condizione per lo sviluppo economico». Per cui la chiave dell’Italia per ritrovare la forza di crescere e competere sui mercati globali, spiega il governatore, sta tutta nella capacità di investire in «capitale umano».

I DATI – Vanno tutti nella stessa direzione: il livello di istruzione dei giovani italiani è «ancora distante da quello degli altri Paesi» e questo, sottolinea Visco, «è particolarmente grave». Nella classifica dell’Ocse, pubblicata la scorsa settimana, l’Italia si posiziona, per ogni categoria di età, nelle ultime file tra i 23 Paesi oggetto dell’indagine. Il 70% degli adulti italiani non è in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e complessi al fine di estrarne ed elaborare le informazioni richieste, contro il 49% della media dei Paesi partecipanti. Sette italiani su dieci allo stesso tempo non sono in grado di completare compiti basati sull’elaborazione di informazioni matematiche estrapolabili da contesti verbali o grafici, contro il 52% della media degli altri Paesi. Non è tutto. Il primo rapporto sulla promozione della lettura in Italia, curato proprio dall’associazione Forum del libro, ricorda come nel 2012 oltre la metà della popolazione italiana non abbia letto neanche un libro: succede solo nel 40% dei casi in Spagna, mentre in Francia solo un terzo della popolazione dichiara di non aver mai sfogliato un testo, e in Germania solo un quinto. Anche le percentuali sull’abbandono scolastico non sono confortanti: l’Eurostat segnala che l’anno scorso la quota dei giovani tra i 18 e i 24 anni che ha interrotto precocemente gli studi era prossima al 18%, rispetto all’11-12% di Francia e Germania e il 13% della media europea. E anche se la quota di laureati nella popolazione tra 25 e 64 anni è salita dal 10 al 16%, non si può non considerare il fatto che nella media dei Paesi europei la stessa quota ha raggiunto il 28%, 8 punti in più rispetto al 2000. Non cambia il quadro se si guarda alla platea dei più giovani: nel 2012 solo il 22% dei giovani tra 25 e 34 anni era laureato, contro il 35% della media Ue. E studiare in Italia conviene meno che negli altri Paesi: mentre nel resto d’Europa, in media, lavorava l’anno scorso l’86% dei laureati contro il 77% dei diplomati, in Italia per chi aveva raggiunto il massimo titolo di studio tra i 25 e i 39 anni la probabilità di essere occupati era pari a quella di chi aveva finito la scuola superiore (73%), e superiore di soli 13 punti rispetto a quella di chi aveva solo la licenza di scuola media.

LE CAUSE– «Lo sviluppo relativamente recente dell’aumento della scolarità e una popolazione mediamente più anziana spiegano solo in parte questa carenza», sottolinea Visco, dato che «anche per i più giovani i ritardi restano ampi». Ci sono altri fattori che vanno presi in considerazione: «Il ruolo della famiglia, l’organizzazione scolastica, i mezzi di comunicazione». Influisce sicuramente anche la «congiuntura economica molto difficile che stiamo vivendo, e che sta imponendo grandi sacrifici a gran parte delle famiglie italiane». Una congiuntura che non è solo la conseguenza della peggiore crisi dal dopoguerra, innescata dalla crisi finanziaria del 2007-2008 e aggravatasi con le tensioni sui debiti sovrani dal 2011. Ma è anche il risultato – è il cane che si morde la coda- proprio di «un diffuso indebolimento della capacità del nostro Paese di crescere e competere».

COME SE NE ESCE – Serve una risposta di sistema, conclude il governatore della Banca d’Italia: delle famiglie, della scuola, della politica, del settore produttivo che esprime troppo spesso un basso livello di domanda di lavoro qualificato. «Il capitale umano – sottolinea Visco –è il perno del nostro ragionamento. Per il sistema produttivo un capitale umano adeguato facilita l’adozione e lo sviluppo di nuove tecnologie, costituendo un volano per l’innovazione e quindi per la crescita economica e l’occupazione». Quanto investe oggi l’Italia in questo capitale? Troppo poco, sottolinea il governatore: poco sopra al 4% del Pil, contro l’11% degli Stati Uniti. Bisogna invertire la rotta, conclude Visco: «Perché i benefici del capitale umano non si esauriscono con quelli di natura materiale: più istruiti si vive meglio e più a lungo».