Da CorriereDellaSera.it – 18/09/2013 – Un ispettore ogni 13 scuole in Gran Bretagna, uno ogni 22 scuole in Francia, uno ogni 2.076 scuole nel Lazio. Bastano tre numeri per capire quanto il nostro sistema scolastico sia fuori controllo e come l’autonomia sia stata vissuta come «tana libera tutti». Lo denuncia un dossier di Tuttoscuola . Che lancia sei idee per cambiare tutto. A partire dalla rottura del vecchio patto scellerato «ti pago poco, ti chiedo poco» per passare a un altro: «ti do di più, ti chiedo di più».
Che l’autonomia sia una cosa seria non si discute. Anzi, gli esperti concordano nel ritenere che proprio un’ampia autonomia dovrebbe spingere le scuole a assumersi più responsabilità. Fino a essere costrette a migliorare la loro offerta agli studenti e alle famiglie per poter essere «competitive» in un mondo in cui il «pezzo di carta» di per sè è sempre meno importante.
Il guaio è che la concessione di un’autonomia sempre più larga a partire da 2000 col riconoscimento anche della parità alle «non statali», denuncia Tuttoscuola, doveva essere parallela a un aumento dei controlli. È successo il contrario. «Prima» c’erano in organico 695 «ispettori», oggi 301. Solo sulla carta, però. In realtà, a causa di circa 200 vuoti, sono solo un centinaio: «In intere regioni, con centinaia di istituzioni scolastiche e migliaia di insegnanti, opera a volte un solo ispettore».

Come nel Lazio, appunto, dove il poveretto, contando non solo gli istituti centrali ma anche le «dependance», dovrebbe vigilare su 4.603 scuole. E poi ci sono due ispettori a disposizione dell’ufficio scolastico regionale in Piemonte, uno in Liguria, uno nelle Marche, neppure uno in Toscana. Zero carbonella. C’è chi dirà che si possono sempre inviare per un’ispezione dei dirigenti scolastici investiti volta per volta del ruolo. Sarà…
Restano i buchi, però. Aggravati dai tempi biblici con cui è stato avviato il rammendo: «Il concorso per reclutare nuovi dirigenti tecnici (con funzioni ispettive) è stato bandito quasi sei anni fa per coprire 144 posti vacanti, ma si è concluso solo nella primavera di quest’anno con circa 70 vincitori, che però non sono stati ancora nominati. Si parla della prossima primavera… E nel frattempo sono diventati vacanti per pensionamento altre decine di posti». Non bastasse, quel concorso ha avuto una grandinata di ricorsi per il sospetto che abbiano vinto «amici degli amici». Auguri.

Una domanda emerge angosciante dalla lettura del dossier, che ricorda storture inaccettabili sui deficit di qualità e di equità («come spiegare che a Milano solo un maturando su 381 è valutato meritevole di lode, e a Crotone uno ogni 35?») e la necessità di una dura lotta all’abbandono scolastico. Quanto potremo resistere tra i Grandi con il 65% degli italiani tra i 16 e i 65 anni con livelli di «competenze funzionali effettive» valutate «fragili» o addirittura «debolissime»?
Mentre sta rimettendosi a girare il pianeta scolastico, al qualeCorriere.it dedicherà un «Canale Scuola» quotidiano, la rivista di Giovanni Vinciguerra lancia, accanto alle denunce, sei idee «un po’ rivoluzionarie» per cambiare «una scuola dove si è sballottati da una sede a un’altra, dove è riservato lo stesso trattamento a chi lavora duro e con passione e a chi ha la testa altrove, dove si guadagna tutti una miseria» e «dove la carta igienica e quella per le fotocopie le portano i genitori».

Primo: basta con le scuole «chiuse agli studenti per molte ore al giorno durante i periodi di lezione e per mesi interi al di fuori». È uno «spreco enorme». Gli spazi scolastici potrebbero restare aperti al pomeriggio e anche fino a fine luglio per offrire agli studenti «servizi aggiuntivi» che oggi le famiglie pagano ai privati: dalle lezioni di musica ai «summer camp», dai corsi di lingue alla ginnastica artistica. Organizzandoli in proprio, grazie ai dipendenti che ne ricaverebbero più soldi in busta paga, o affidandoli a privati dietro precise garanzie. Certo, occorrono elasticità e fantasia, ma non solo le scuole potrebbero ricavarne fondi da reinvestire ma «si sbroglierebbe anche l’inaccettabile matassa dei precari».

Secondo: per recuperare risorse servono tagli«chirurgici». Esempio? Ci sono 10mila «microscuole» primarie con meno di 50 alunni, «che costano in termini di personale il doppio delle altre (fino a 8 mila euro per alunno, contro i 3.500 euro di una scuola standard con 100 alunni)». Guai a toccare quelle in montagna e nelle piccole isole: sono sacre, anche a costo di rimetterci. Ma tantissime «sono lì spesso per motivi di campanile». I risparmi sarebbero «reinvestiti in spesa “buona”, a partire da edilizia, banda larga, laboratori, palestre».

Terzo: occorre «liberare e premiare le energie degli insegnanti. Sono loro che “fanno” la scuola. Certo, guadagnano poco. Il 10-15% in meno della media dei colleghi europei. Ma riallineare la retribuzione per tutti costerebbe oltre 3 miliardi di euro l’anno. Troppo per l’Italia di questi anni». Ma «allora concentriamo le risorse e gli sforzi per premiare chi vuole dare di più» rompendo con «la carriera dei docenti legata solo all’anzianità di servizio».

Quarto: guerra agli abbandoni con «corsi di recupero obbligatori e sistemi di incentivi e disincentivi d’intesa con le famiglie. Per esempio: se non hai concluso l’obbligo scolastico non puoi comprare/guidare il motorino o partecipare a programmi sportivi del Coni». Perché non possiamo più permetterci di avere «il 20% dei nostri 18-24enni in possesso al massimo della licenza media».

Quinto: più autonomia, ma anche più controlli, più trasparenza nei conti e «una rigorosa valutazione dei risultati» che premino le scuole virtuose e si spingano con quelle che non raggiungono determinati standard «fino alla chiusura», come accade in America.

Sesto: «digitalizzazione delle scuole (per tutti)». Non è accettabile che l’Italia abbia in totale solo 14 scuole statali «2.0», cioè digitalizzate, su oltre 9.000. Né che ci siano soltanto, citiamo il Rapporto «Review of the Italian Strategy for Digital Schools» voluto da Francesco Profumo, 6 Pc ogni 100 studenti contro i 16 europei e il 6% delle scuole altamente digitalizzate contro il 37% del resto d’Europa. Insomma, «la scuola digitale può offrire un grande contributo al cambiamento del Paese, ed è un treno che non può essere perso».