Da Linkiesta.it – 17/09/2017 – Repetita iuvant, nei giorni in cui aprono le scuole: numeri alla mano, l’istruzione è l’unica via per far crescere occupazioni e stipendi. Il problema semmai è che siamo indietro rispetto al resto d’Europa, che investiamo troppo poco in istruzione e che non sappiamo orientare al lavoro.

Sarà anche banale e un po’ (argh) buonista scriverlo alla riapertura delle scuole, ma correremo il rischio. Perché la canea è da un po’ di tempo che soffia in direzione ostinata e contraria, perché siamo in una fase storica in cui pare che il dilettantismo sia più apprezzato della specializzazione. Ma soprattutto perché ogni scusa è buona per togliere fondi all’istruzione, che durante la crisi ha subito una sforbiciata record di dieci e rotti punti percentuali, la peggiore in Europa – e ti pareva – e la peggiore tra i capitoli di spesa del bilancio italiano.

Errore da matita blu, si sarebbe detto nel Novecento. Perché la scuola è ancora oggi lo strumento di welfare più potente che abbiamo per rimescolare una società immobile, in cui chi nasce povero, povero rimane. Lo dice l’Inapp, l’istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, dati alla mano ed è consolante che i numeri lo confermino: più studi, più hai possibilità di lavorare. Più è alto il tuo livello di istruzione, più avrai la possibilità di guadagnare e realizzarti.

Applausi e sipario? No, nemmeno un po’. Perché le cose sono un po’ più complicate. Primo: perché il nostro Paese riconosce il talento meno che altrove. In Italia è laureato un occupato ogni cinque, in Francia la percentuale raddoppia. Ancora: il tasso di occupazione dei laureati più qualificati in Italia è del 61,3%, contro una media europea dell’82,8%. Allo stesso modo, il premio retributivo associato alla laurea, in Italia, è il più basso d’Europa. Ergo: se sei laureato il tasso di disoccupazione si dimezza, ma non aspettarti stipendi in linea con quelli europei. Ed ecco spiegato il perché degli aerei pieni di cervelli che se ne vanno all’estero.

Più del reddito di cittadinanza per non fare nulla, servirebbe semmai un’istruzione di cittadinanza – per tutti, giovani e vecchi, occupati e disoccupati, uomini e donne, laureati e non – che ci accompagni dalla culla alla tomba. Perché solo il sapere può salvare questo Paese, non certo la nullafacenza sussidiata

Altro problema, quindi: ci specializziamo nelle discipline sbagliate. Ad esempio – l’ha scritto Francesca Barbieri sul Sole24Ore di lunedì 11 – in Italia troppi giovani scelgono corsi di laurea senza sbocchi lavorativi e snobbano quelli che potrebbero dar loro un futuro. I numeri sono da brividi: un giovane su quattro ha un percorso lavorativo disallineato rispetto al suo percorso di studi. Una percentuale che cresce soprattutto tra i laureati in scienze sociali e umanistiche dove gli over-educated – quelli che occupano una posizione lavorativa che richiede titoli di studio inferiori al loro – sono rispettivamente il 36% e il 32%. Laddove invece nelle materie tecnico-scientifiche questa percentuale crolla, gli stipendi salgono, ma non abbiamo abbastanza studenti per coprire il numero di posti. Un problema questo che riguarda soprattutto le ragazze, la componente mancante in questi specifico ambito: in Italia solo il 12,6% delle studentesse sceglie di studiare materie scientifiche. In epoca di rivoluzioni tecnologiche, forse stiamo buttando via un bel po’ di capitale umano in scelte sbagliate.

Rimane un ultimo problema ancora: ormai non si può né si deve più considerare quello dell’istruzione come un periodo circoscritto tra i sei e i venticinque anni di età. Il mondo impone formazione che la formazione sia continua, che le aziende si preoccupino dell’evoluzione delle competenze dei propri addetti, che il sistema si faccia carico di dare nuova formazione ai disoccupati in funzione dell’offerta di lavoro, per rimetterli in gioco. Più del reddito di cittadinanza per non fare nulla, servirebbe semmai un’istruzione di cittadinanza – per tutti, giovani e vecchi, occupati e disoccupati, uomini e donne, laureati e non – che ci accompagni dalla culla alla tomba. Perché solo il sapere può salvare questo Paese, non certo la nullafacenza sussidiata. Prima ce lo ficchiamo in testa, meglio è.