Da Repubblica.it – 04/01/2016 – Uno studio dell’Indire sulla didattica che utilizza la tecnologia. C’è anche meno dispersione scolastica.

La tecnologia fa bene alla didattica, il computer o il tablet sul banco sono un buon aiuto per i ragazzi. Studiano meglio gli allievi delle classi 2.0 e delle scuole 2.0, lo dicono i risultati. Meno dispersione scolastica con gli istituti collegati wi-fi, voti più alti in italiano e in matematica, più accessi all’università. Insomma una vittoria su tutta la linea quella che si legge nella prima ricerca che l’Indire (l’Istituto nazionale di documentazione innovazione e ricerca educativa), istituto che dipende dal Miur, ha realizzato là dove la scuola italiana ha fatto un tuffo in avanti. Cioè nelle classi in cui si utilizzano le Lim, le lavagne elettroniche e dove c’è un’adozione diffusa one-to-one dei computer, uno ad allievo.Lo studio è stato presentato oggi a Firenze dal presidente dell’Indire Giovanni Biondi in occasione del primo forum sulla scuola del futuro. Sono tante le cosiddette avanguardie didattiche che l’Indire sta sperimentando in varie scuole italiane: “Abbiamo selezionato gli istituti scolastici secondari superiori nei quali più dell’80 per cento degli studenti  fanno un uso didattico quotidiano di computer portatili o altri device mobili – spiega Biondi – E siamo andati ad analizzare i risultati degli apprendimenti, i tassi di abbandono e altri parametri”. Ecco il quadro che emerge dai questionari online compilati in 9 licei, 8 istituti tecnici e 2 istituti professionali per un totale di 14.152 studenti e 1.273 docenti. I netbook o i tablet nelle scuole esaminate vengono utilizzati in tutte le discipline e per più del 50 per cento delle ore di didattica. Non significa che il prof non tiene lezioni frontali in maniera tradizionale, ma che usa una didattica integrata con la Rete.Se la dispersione scolastica in Italia resta nettamente al di sopra della media Ue, 17,2 contro il 12,7 nel 2012, i tassi di abbandono delle scuole al centro della ricerca si attestano fra lo 0 e l’8 per cento. Stesso discorso per i voti di italiano e matematica, chi studia in queste classi ha profitti superiori. “Gli studenti che seguono questo tipo di didattica fanno anche meno ore di assenza – continua Biondi – che si ammalino di meno? Lascio a voi la conclusione”. I dati dicono anche che nei nove licei del campione, una percentuale alta di studenti passa all’università: tra il 60 e il 90 per cento a fronte di dati provinciali che si attestano al 50 per cento. Nelle interviste si racconta che i computer vengono acquistati dalle famiglie con sconti e convenzioni oppure tramite finanziamenti previsti dai progetti Scuole 2.0 e Generazione web.

All’adozione delle tecnologie nelle scuole corrisponde anche un cambiamento nell’organizzazione della didattica, una maggiore personalizzazione. “Una lavagna elettronica, un computer o un’applicazione da soli non cambiano

la scuola – conclude Biondi – ma è il modo in cui vengono usati questi strumenti per coinvolgere gli studenti a fare la differenza. Oggi si può non solo leggere come girano i pianeti e rappresentarselo mentalmente ascoltando le parole del professore, ma si può avere un laboratorio sul banco, un ambiente di simulazione che rende le cose meno astratte. E in tutto questo gli insegnanti possono riscoprire il loro ruolo, diventando essi stessi cardine dell’innovazione”.