Da Strill.it – 19/04/2015 – Le riforme del sistema scolastico sono state sempre un momento rilevante della nostra storia. La prima fu la Legge Casati, promulgata quando ancora l’Italia non esisteva e pensata per il Regno di Sardegna. Una riforma poi adottata anche dallo Stato Unitario, che consentì di passare da un tasso di analfabetismo del 85% della popolazione a quasi il 60% nell’arco di un ventennio.

La Legge Casati, modificata in molti punti, resse sino alla seconda grande riforma, quella di Giovanni Gentile. Giovanni Gentile fu molto chiaro: l’obbiettivo della sua riforma era quello di far scrivere, leggere e far di conto al maggior numero di persone possibili. Una visione apparentemente poco ardita per chi come noi, oggi, non capisce che per comprendere e manipolare il mondo, comunicarlo e discuterlo, bisogna possedere gli strumenti adeguati per poterlo fare. Giovanni Gentile non fece altro che puntare sulla costruzione di una massa critica di umanità alfabetizzata che diventasse la condizione necessaria per una comunità che nutriva delle ambizioni nazionali.

Un obbiettivo che non era inedito. Questo, infatti, aveva già fecondato l’invenzione dell’Istruzione Pubblica operata da Federico II di Svevia in pieno Medio Evo. Nulla di nuovo, quindi, perché non sempre servono idee nuove, ma semplicemente strumenti nuovi per idee non desuete. Anche la ruota, inventata ormai da qualche migliaio d’anni, pur avendo subito profonde modificazioni e riforme, sia nei materiali come nelle prestazioni, continua imperterrita ad ubbidire al motivo della sua invenzione: vincere la forza d’attrito e spostare masse nello spazio. Nessuno si è mai sognato di costruire ruote quadrate prima di noi ed oggi.

L’istruzione di massa ha un funzione precisa che, nel tempo, si è sbriciolata sotto i colpi delle nostre incapacità storiche di resistere alla tentazione di seguire novità incoerenti con il motivo non desueto per cui l’istruzione è stata inventata. Questo è il problema e non è solo italiano. L’istruzione serve ad alzare il livello di consapevolezza riguardo la realtà del mondo e in rapporto alle responsabilità che un essere umano può assumersi legittimamente. Se questa responsabilità si alza di livello, se aumenta la sua complessità, anche il livello di alfabetizzazione diffusa si deve riproporzionare, nella natura e nelle dimensioni. E’ soprattutto la partecipazione del cittadino, attraverso il Suffragio Universale, nelle decisioni democratiche della propria comunità di appartenenza, ciò che ha alzato di molto i livelli di alfabetizzazione necessari.

A questa conquista, però, non è seguito un innalzamento e una costruzione di un sistema dell’istruzione articolato e proporzionato. Ora questioni ideologiche e di principio ( il sapere, la conoscenza, la cultura) ora questioni funzionali ( il lavoro, soprattutto) hanno coperto e fatto dimenticare l’obbiettivo principale: l’educazione di una intelligenza proporzionata all’ambiente storico in cui si è chiamati a concorrere a tutte le decisioni delicate, dirimenti e rischiose per una comunità.

Una alfabetizzazione non proporzionata ai livelli di responsabilità che un essere umano diffusamente è chiamato ad assumersi, di conseguenza, ha aperto le porte alla demagogia di coloro che invece hanno qualche idea della realtà, forse confusa ma chiara. La demagogia può esistere e prosperare, infatti, solo se chi la subisce non la comprende. Una demagogia che, in alcuni casi, può essere anche prodotta dagli stessi cittadini, che in alcuni momenti confluiscono verso soluzioni sbagliate e non consapevoli, spingendo e contribuendo a far sì che la Classe Dirigente le assuma come soluzioni valide.

Lo stato dell’istruzione, quindi, è la radiografia di una comunità, descrive il livello di salute mentale e la capacità collettiva di prendere decisioni allo stesso tempo democratiche e corrette. E’ molto di più di una struttura che avvia ad un lavoro e rende possibile la conoscenza ed il sapere. L’istruzione, soprattutto in una democrazia contemporanea e all’interno dell’intricato e complesso groviglio delle relazioni tra le componenti della realtà, è la condizione senza la quale il futuro diventa non più un tempo scontato ma un tempo a rischio d’avvento.

In questo quadro, condivisibile o meno, la reale novità è che ci si appresta a fare una nuova riforma della scuola che sarà pensata e definita da una nuova generazione italica che interpreta una nuova forma di demagogia che è il frutto della propria ignoranza: la demagogia inconsapevole. La demagogia inconsapevole ed inavvertita dal demagogo medesimo è pericolosa soprattutto quando viene corroborata dalla assoluta mediocrità nell’interpretare uno dei vertici qualsiasi delle Istituzioni.

La cosa che mi preoccupa rispetto alle ultime e già disastrose riforme della Scuola e dell’Università, che hanno attraversato gli ultimi vent’anni, è che in questo momento le persone che se ne occuperanno sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità.

“Solo nel contesto in cui agiscono l’imbecillità appare fantasia. In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di impiegati d’ordine; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati, non resistendo alla competizione con gli intelligenti. Solo in una società non società come la nostra possono arrivare ai vertici rimanendoci fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia.”

Queste parole di Leonardo Sciascia non ci aiutano a risolvere la questione ma ci avvertono su cosa andremo incontro in rapporto ai risultati di questa e ad altre riforme che queste Teste Parziali stanno realizzando ed imponendo, deformando le istituzioni di questo nostro Paese. Sarebbe meglio che provassimo ad impedirlo attraverso un impegno maggiore, perché si può anche essere più poveri, per un certo periodo, ma bisogna fare di tutto per non perdere la casa in cui si vive facendola ristrutturare a degli Apprendisti Stregoni.

In attesa della prossima riforma, e nonostante essa, servirebbe da parte di tutti un maggior livello di compromissione. Soprattutto da chi insegna nella scuola e nell’università. Dobbiamo fare di tutto per rimettere al centro di una discussione critica e non effimera la questione che qui ho posto. “Gli studi sono come il campo che racchiude una perla: per averla, vale la pena di vendere tutti i propri beni, nessuno eccettuato, al fine di poter acquistare quel campo.”  Il campo è la conoscenza, il sapere, il lavoro o una attività, ma la perla si chiama consapevolezza.