Da LaStampa.it – 04/04/2015 – I nuovi libri di testo scolastici indiani accolgono i temi nazionalisti indù. E nei primi 300 giorni del governo Modi, oltre 600 episodi di violenza sulle minoranze religiose. Il lavaggio del cervello comincia sui banchi di scuola. E’ sottile e pericolosa la tendenza di istigazione all’odio e alla discriminazione che si insinua nella moderna India di Narendra Modi. Il Premier Indiano, del partito nazionalista indù «Bharatiya Janata Party» (Bjp), salito al potere l’estate scorsa, è sempre stato un sostenitore del nazionalismo religioso che, con i gruppi militanti induisti, non ha esitato a colpire le minoranze cristiane e musulmane. Oggi Modi sta caratterizzando il suo agire politico con il silenzio sulle violenze perpetrate sui  cittadini non indù: un nuovo rapporto ha censito oltre 600 episodi nei primi dieci mesi di governo. Non basta: gli interventi in materia di pubblica  istruzione inquietano ancor di più, per i loro potenziali nefasti effetti sui giovani.

Ha fatto scalpore la nomina di Yellapragada Sudershan Rao a presidente del Consiglio indiano per la ricerca storica, prestigioso istituto che dà la linea alla politica educativa nazionale: l’uomo è noto per una contiguità ideologica con il «Rashtriya Swayamsevak Sangh» (RSS, Corpo nazionale dei volontari), organizzazione estremista indù che accoglie oltre cinque milioni di militanti (noti per le divise color zafferano), tra i quali lo stesso Modi ha iniziato la sua carriera politica.

Le minoranze religiose temono fortemente che i gruppi estremisti abbiano iniziato a far sentire la loro influenza sulle politiche del governo indiano. Preoccupa, in particolare, l’impatto che possono avere nella formulazione di nuove politiche educative, che il governo ha annunciato saranno presentate entro la fine dell’anno.

Il Consiglio indiano per la ricerca storica svolge un ruolo importante in questo piano di riforme: il rischio è che i principi dell’ideologia esclusivista «hindutva» (che predica «l’India gli indù», rifiutando le minoranze religiose) possano insinuarsi nei libri e nel curriculum scolastico, influenzando le nuove generazioni.

«Abbiamo bisogno di un’istruzione basata sui valori: gli studi religiosi deve diventare parte del curriculum scolastico. Urge una revisione completa del sistema attuale. Ogni libro di testo dovrebbe essere riscritto rivalutando l’orgoglio nazionale», ha detto esplicitamente Dinanath Batra, leader di un gruppo induista che promuove un approccio tutt’altro che inclusivo.

E mentre la «zafferanizzazione» dell’istruzione è già stata avviata in alcune province che rappresentano un progetto-pilota, nello stato di Haryana e nello stato di Gujarat, le istanze dei nazionalisti hanno invaso anche il Ministero per lo Sviluppo delle risorse umane. Si chiede una virata decisa in senso nazionalista e induista: ad esempio, eliminando l’inglese come lingua obbligatoria o studiando la matematica come presentata nei Veda, le antiche scritture sacre indù.

La propaganda e l’istigazione all’odio e alla discriminazione religiosa sono chiare per John Dayal, attivista cattolico, membro del Consiglio nazionale per l’integrazione, cofondatore del forum «All India Christian Council».

Un recente rapporto curato da Dayal e sponsorizzato da una piattaforma di enti della società civile censisce, nei primi dieci mesi del governo Modi, oltre 600 episodi di violenza contro cittadini o strutture cristiane e musulmane. «Il culmine è stato lo stupro di una anziana suora nel Bengala Occidentale nel febbraio scorso. Ma è la punta di un iceberg», rivela Dayal a Vatican Insider.

Il testo segnala casi di profanazione e distruzione di chiese, assalto e minacce a preti e fedeli, rifiuto di garantire ai cittadini delle minoranze i diritti costituzionali, campagne di terrore o di «riconversione» religiosa all’induismo.

«Da maggio 2014, vi è stato un netto spostamento nel discorso pubblico: un implacabile leit-motiv per marcare l’identità indiana, un tentativo continuo di creare un divario tra “noi” e “loro”. Ai leader del Bjp è consentito disprezzare, ridicolizzare e minacciare le minoranze», nota allarmato Dayal. E, di fronte a palesi minacce o a discorsi di odio, la polizia e il governo hanno scelto la linea del silenzio che, di fatto, secondo leader civili e religiosi, significa «tacita approvazione degli abusi».

Dayal chiosa: «Nei primi trecento giorni del governo Modi si registra un attentato alle strutture democratiche, al sistema di istruzione, al rispetto dei diritti umani, mentre è in aumento la violenza che promana dal nazionalismo religioso».