Da TecnicaDellaScuola.it – 20/09/2016 – Si delineano i contorni dell’anticipo pensionistico che il personale, anche della scuola, potrà chiedere del 2017 a partire dai 63 anni di età.

I sindacati, che si apprestano a dare il loro consenso sull’Ape, avevano chiesto 4 anni di anticipo pensionistico. Alla fine si è trovata una mediazione a 3 anni e 7 mesi: siccome i lavoratori, a seguito della riforma Fornero, “potranno andare in pensione al compimento di 66 anni e 7 mesi di età”, l’anticipo andrebbe ad aggirare buona parte dell’incremento attuato a seguito dell’ultima riforma pensionistica.

Si tratta di una sperimentazione, che riguarderà solo i nati tra il 1952 e il 1954 (allungando così di un anno la platea dei beneficiari, visto che la prima bozza del provvedimento arrivava al 1953).

Il problema è che l’anticipo sarà pagato con rate di ammortamento sulla pensione. Che nel caso dei docenti si aggirano sui 200 euro al mese per un ventennio. Nel caso il pensionato venisse a mancare prima del termine del ventennio, però la rimanenza non sarebbe a carico degli eredi ma verrebbe coperta dall’assicurazione. Anche questa, tuttavia, sarà sulle spalle di chi ha beneficiato dell’anticipo.

In media, il pensionato si vedrà decurtare il 6% annuo: chi usufruirà dell’intero periodo (tre anni e sette mesi), si vedrà decurtare quindi la pensione di oltre il 20%. Non poco.

Chi non pagherà la “rata” ventennale saranno, sembra, i docenti della scuola dell’infanzia. Perchè la loro professione viene inclusa nel novero delle usuranti. Per Maddalena Gissi, leader Cisl Scuola, si tratta di una conquista importante: “sono tantissime le colleghe – dice la sindacalista Confederale – che in diverse occasioni ci segnalano la difficoltà a reggere il carico di sezioni molto spesso sovraffollate, nelle quali il dispendio di energie psico fisiche a una certa età diventa quasi insopportabile, aumentando anche i fattori di rischio per l’incolumità propria e degli alunni affidati che, voglio sottolinearlo, sono bambini dai tre ai cinque anni”. 

Se la Uil in passato si era espressa sulla stessa lunghezza d’onda, tramite il segretario generale Carmine Barbagallo, sinora non ha commentato la Cgil. Anche perché non si comprende perché gli altri insegnanti siano stati esclusi dal discorso: riteniamo, anche i sindacati dovrebbero saperlo, che fare il docente di sostegno o lezione a quasi 30 alunni in un territorio difficile non sia meno gravoso di chi fa il maestro della scuola dell’infanzia.

Sicuramente “le docenti della scuola dell’infanzia svolgono tra le professioni più a rischio burnout, quindi, tra coloro che non debbono restituire nulla in cambio dell’anticipo. Ma è l’insegnamento intero a comportare patologie e stress, quindi, anche per chi insegna nella primaria e secondaria. Se, invece, a decidere per la vita delle persone devono continuare a essere le coperture indicate dal Mef, allora è meglio che lo dicano subito”.