Da Corriere.it – 20/09/2013 – Sono 50.033 i bambini nati nel 2008 che il prossimo anno inizieranno la scuola primaria, affiancando i compagni di banco, classe 2007. Bambini che compiranno 6 anni dopo il 31 dicembre 2013 ed entro il 30 aprile 2014, i cui genitori hanno preferito anticipare l’iscrizione alla scuola dell’obbligo. Stando ai dati del Ministero dell’istruzione, in Italia l’esercito degli “anticipatari” è in aumento: erano 45.610 nell’anno scolastico 2011/2012 e sono 49.586 in quello in corso.
L’anticipo scolastico è stato introdotto con la legge 53/2003, che ha ridisegnato il sistema dell’istruzione, dalla scuola dell’infanzia fino alle scuole superiori. La possibilità di iscrivere alla prima classe della scuola primaria i bambini di circa cinque anni e mezzo, che compiono i 6 anni entro il 30 aprile dell’anno scolastico di riferimento, è stata poi formalizzata con il Decreto legislativo n. 59/2004. Finora, in particolare le mamme e i papà del sud e delle isole hanno optato per l’ingresso anticipato dei propri figli nel mondo della scuola: per esempio, negli anni scolastici 2008/2009 e 2009/2010, su 100 iscritti alla prima elementare, al Nord poco più di 3 alunni risultavano in anticipo, mentre al sud e nelle isole erano in media 15 gli alunni con meno di 6 anni.
La scelta spetta ai genitori. Scelta che inevitabilmente solleva molte domande e tanti dubbi. È giusto o sbagliato anticipare il percorso scolastico di un bambino nato a gennaio? Andare a scuola, prima del tempo, è un bene per i bambini oppure accelerare le tappe può interferire con un sano e naturale sviluppo emotivo e cognitivo? In generale, gli esperti concordano sul fatto che la scelta, eventualmente, vada fatta valutando le attitudini individuali di ciascun bambino, ma anche le caratteristiche della struttura scolastica e il metodo didattico adottato dagli insegnanti, in modo che il passaggio dalla scuola dell’infanzia ai banchi di scuola sia piacevole e non traumatico.
Poi, però, c’è chi assolutamente sconsiglia di anticipare i tempi, togliendo spazio al gioco che è fondamentale per la crescita dei bambini: aspetto messo in evidenza, per esempio, da un’indagine curata dalla Cambridge University secondo la quale i bambini hanno il diritto di essere bambini e di giocare. Quindi, perché anticipare l’educazione formale prima dei sei anni?
C’è chi invece, tutto sommato, ritiene che l’anticipo scolastico sia un modo per stimolare ulteriormente l’intelligenza dei bambini. Per esempio, secondo Giuseppe Mele, presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri, «oggi i bambini ricevono tanti stimoli, molto più che in passato, sia dai mass media sia dalla famiglia. Stimoli che favoriscono una maggiore rapidità di apprendimento, per cui non credo ci siano controindicazioni, fermo restando che l’offerta didattica sia tale da poter intercettare i bisogni dei bambini anticipatari».
Secondo Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma, però, la questione non riguarda tanto le capacità cognitive del bambino, il fatto per esempio che sappia già leggere e scrivere, quanto più la maturità emotiva e affettiva. «Bisogna considerare, infatti, tutti gli aspetti della personalità. Un bimbo di cinque anni e mezzo può essere intelligentissimo ma non riuscire a star fermo e a concentrarsi per i tempi richiesti attualmente dalla scuola elementare. Personalmente, non sono per l’accelerazione a tutti i costi, perché sono convinta che i bambini imparino molto di più se vengono rispettati i loro tempi, i loro ritmi, i loro reali bisogni. I tempi di concentrazione, per esempio, aumentano via via che si cresce, quindi chi è più grande, anche solo di sei-otto mesi, riesce a portare a termine un compito con minore fatica e ha un controllo maggiore dell’emotività». In sostanza, perché imporre al bambino qualcosa che non corrisponde al suo stadio di sviluppo, mettendolo di fronte a richieste per le quali potrebbe sentirsi inadeguato? La «smania di guadagnare tempo – aggiunge inoltre la psicologa – può farci perdere di vista ciò che già raccomandava il filosofo e pedagogista Jean-Jacques Rousseau, quando sottolineava l’importanza del “perdere tempo”. Perché il tempo che il bambino ha a disposizione per giocare e muoversi liberamente è un tempo utile e necessario per crescere e apprendere. Il bambino, infatti, ha bisogno di spazi di libertà, sia fisica sia intellettuale, per sviluppare sicurezza di sé, scoprire, immaginare e socializzare con i suoi pari».
Ne era convinto anche Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina nel 1975. Nell’introduzione all’edizione italiana del libro “Montessori e il vostro bambino” (Opera Nazionale Montessori, 1999) ha infatti scritto: «Per favorire lo sviluppo della personalità del bambino occorre permettergli libertà di azione», così come per favorire il suo processo di apprendimento è importante «rispettare la sua autonomia mentale, riconoscere che impara usando tutti i sensi, ascoltando, vedendo, toccando, e che apprende e si forma facendo e lavorando». Secondo il genetista (scomparso a febbraio dello scorso anno), sostenitore del metodo montessoriano, già a quattro anni, però, tutti potrebbero sedersi sui banchi di scuola: ben prima dunque dei canonici sei anni, perché le capacità di apprendimento dei bambini sono straordinarie. «Però, perché vengano “svezzati” presto alla lettura e alla scrittura, l’approccio didattico dovrebbe essere diverso da quello tipico delle scuole tradizionali. Per cui, se l’anticipo significa inserire nelle classi bambini più piccoli senza ripensare l’offerta didattica, potrebbe non essere una buona idea» commenta Benedetto Scoppola, presidente dell’Opera Nazionale Montessori che, come Anna Oliverio Ferraris, sottolinea la necessità che il Ministero dell’Istruzione, consentendo l’anticipo, investa nella formazione dei docenti perché siano preparati a usare tecniche di insegnamento effettivamente rispondenti ai bisogni degli allievi più piccoli e al loro sviluppo. «Per esempio – aggiunge – nella nostra “Casa dei bambini” (la scuola dell’infanzia montessoriana, ndr), proponiamo tante attività che solitamente si fanno più tardi, nella scuola primaria tradizionale, ma attraverso un percorso educativo che rispetta le modalità di apprendimento dei bambini, e ne stimola l’indipendenza. Un approccio che è tipicamente sensoriale».
Anna Maria Bondioli, docente di pedagogia generale e sociale all’Università di Pavia, sottolinea inoltre che le capacità di studio e di apprendimento non dipendono solo dallo sviluppo cognitivo e intellettuale, ma anche dalle competenze emotive e sociali. E a tal proposito, ricorda a chi ha figli nati all’inizio dell’anno, ed è indeciso se iscriverli in anticipo a scuola, di non sottovalutare l’importanza del gioco. «Il gioco – afferma – è un bisogno primario, ineludibile, fondamentale del bambino. È lo spazio attraverso il quale, dai tre ai sei anni, i bambini costruiscono significati condivisi e la loro cultura: la cultura dei pari. E la scuola primaria non sempre è in continuità con la scuola dell’infanzia, raramente è scuola del gioco. La preoccupazione per l’acculturazione è spesso maggiore rispetto a quella per la socializzazione e l’interazione tra bambini. E questo può richiedere ai bambini un notevole sforzo di adattamento». Bondioli, dunque, non è a favore dell’iscrizione anticipata: «Non basta infatti che il bambino manifesti un forte desiderio di imparare per ritenere che l’anticipo possa essere proficuo». Bisogna valutare, per esempio, se è capace di relazionarsi con gli altri in maniera cooperativa, sia con gli adulti sia con i coetanei, o se è in grado di portare a termine un compito, senza cedere sotto il peso di minime frustrazioni in caso di difficoltà. «Eventualmente – suggerisce infine Sabrina Bonichini, docente di psicologia della salute del bambino all’Università di Padova e autrice del libro “La valutazione psicologica del bambino” (Carocci 2010) – mamme e papà possono consultare un esperto dello sviluppo per capire se il pargolo di casa sia pronto, abbia cioè le competenze cognitive, emotive e sociali per affrontare con successo il salto dalla scuola dell’infanzia a quella primaria, considerando che l’organizzazione della giornata è molto diversa». «In effetti – aggiunge – l’inserimento a scuola è molto importante per la crescita cognitiva, relazionale e affettiva e pone le basi per le successive tappe dell’iter scolastico. Se il bimbo non è maturo, rischia di non inserirsi in modo positivo nel gruppo classe, con conseguenti problemi di integrazione e demotivazione».