Da TecnicaDellaScuola.it – 29/07/2015 – I laureati in latino o in greco o in glottologia, e insomma in discipline classiche, “non” dovrebbero insegnare la letteratura italiana nelle scuole superiori. Claudio Giunta, sul Domenicale del Sole 24 Ore, argomenta questa sua convinzione.

“La ragione è che, nel corso dei loro studi all’università, latinisti e grecisti fanno pochi esami di letteratura italiana e (salvo eccezioni) non ne fanno nessuno di discipline come Filologia romanza, Filologia italiana, Letterature comparate, Letteratura italiana moderna e contemporanea; e danno anche pochi o nessun esame di lingue e letterature straniere”.

Il Miur invece, scrive Giunta, “dichiarando ‘atipica’ la classe di concorso 051 (italiano e latino nei licei), ha dato anche ai laureati in lettere classiche (classe di concorso 052) la possibilità di insegnare italiano non solo nel biennio (dove già potevano) ma anche nel triennio dei licei (dove non potevano)”.

Se per un verso non se ne capisce il motivo, dall’altro però “a scuola, le letterature moderne” andrebbero “insegnate da chi ha preparazione specifica sulle letterature moderne, e passa il suo tempo a leggere Proust e Gadda piuttosto che Menandro e Ovidio”, autori classici che però avrebbero per Giunta “un’influenza negativa sia su come s’insegna la letteratura a scuola sia su quale letteratura s’insegna”.

“Quanto al come, è difficile, per chi si è specializzato in latino o in greco, rinunciare alla tentazione di leggere, nei moderni, l’impronta dei classici” che può provocare “un tematismo ingenuo e antistorico”, rendendo così “poco sensibili alle discontinuità e alle specificità del mondo e della letteratura moderna, che per essere ben comprese necessitano, a mio avviso, di strumenti diversi”.

“Quanto al cosa, chi ha dedicato i suoi studi al latino e al greco sarà, in genere, poco propenso a interessarsi e a dare spazio, nell’insegnamento, alla letteratura contemporanea, che del resto conoscerà solo superficialmente”.

Giunta conclude che sarebbe “del parere che all’università di letteratura contemporanea se ne faccia anche troppa”, per cui trova “assurdo che i programmi delle superiori, i programmi svolti, si fermino spesso a Pirandello o agli Ossi di seppia, e che alla domanda ‘mi dica i nomi di un poeta e di un romanziere che le piacciono’ i candidati al TFA rispondano, con frequenza allarmante, «Ungaretti e Svevo». Sono del parere che occorra ripensare in toto l’insegnamento della letteratura nelle scuole superiori, e in questo ripensamento (che vuol dire sfrondare, che vuol dire de-retoricizzare, e orientare sull’oggi più che sull’altroieri) i classicisti rischiano di essere più d’ostacolo che d’aiuto”.