Da IlSole24Ore.it – 06/01/2016 – Corridoi formativi, oltre che umanitari. Garantire l’accesso all’istruzione anche dei migranti e rifugiati in condizioni di emergenza, non solo è una responsabilità umanitaria, ma anche uno strumento per contrastare la crescita di terreni fertili per il radicalismo. È su questo che insiste la risoluzione sull’istruzione e i migranti appena votata dal Parlamento Europeo riunito a Strasburgo.

La Commissione Europea ha approvato nel bilancio Ue per gli aiuti umanitari un aumento del budget raddoppiando la quota destinata all’istruzione di 29 milioni di euro a partire dal 2016, il doppio rispetto al passato (dal 2% al 4% del bilancio). Ora gli europarlamentari chiedono che i paesi membri sostengano questo obiettivo. «In questi tempi si capisce che è estremamente importante investire nell’educazione per evitare che i giovani cadano nelle maglie del radicalismo incolto e che attrae ragazzi che cercano anche un senso di appartenenza ad un gruppo e finiscono per cedere la propria autonomia senza una capacità di pensiero critico» dichiara al Sole 24 ore, Silvia Costa, presidente della Commissione Cultura all’Europarlamento.

Sono proprio i ragazzi tra i dodici e i venti anni richiedenti asilo che hanno opportunità molto limitate e rappresentano una fascia di età facilmente preda dell’estremismo degli ultimi tempi.

Gli eurodeputati chiedono che gli stati membri facilitino l’accoglienza dei bambini rifugiati all’interno dei propri sistemi scolastici nazionali. Si fa appello anche ai donatori internazionali a dare priorità all’istruzione quando si verifichino flussi migratori straordinari. Un miliardo di bambini, secondo dati ONU, vive in aree affette da conflitti, di questi 250 milioni al disotto dei cinque anni non ha alcun diritto riconosciuto alla formazione. In generale, circa 65 milioni di minori tra i tre e i quindici anni sono i più colpiti da crisi prolungate e sono costretti a interrompere i propri studi. I bambini tra i sei e i diciotto anni che non vanno a scuola sono almeno 37 milioni. Solo in Turchia 400mila bambini rifugiati sono senza scuola.

L’Europarlamento chiede di prendere in considerazione anche insegnanti locali che possano formare i minori dislocati nei campi profughi. Importante è il sostegno anche di programmi di accompagnamento psicologico per i minori e di insegnamento della lingua del paese ospitante così che si pongano le basi per la più alta forma di integrazione nel futuro del migrante.

«E’ importante riaffermare che i bambini e i ragazzi sono titolari del diritto all’istruzione e all’ educazione anche quando sono profughi o in situazioni di emergenza» afferma Silvia Costa: «Sono dieci milioni i bambini rifugiati, una gran parte nei campi profughi del Libano, Giordania, e Turchia e altri sono arrivati in Europa, molti di loro hanno perso già anni di scuola, c’è anche il problema che finiscano a lavorare, che scompaiano, siano vittime di tratta o appunto si radicalizzino».

Secondo dati Unesco e di alcune organizzazioni umanitarie, come Save the Children, servirebbero 4 milioni di nuove classi nei paesi poveri e 2 milioni di insegnanti. Il 12 % dei bambini riuscirebbe a riscattarsi dalla povertà ricevendo gli insegnamenti di base per saper leggere.

La presidente della Commissione Cultura insiste sulla necessità di investire nell’istruzione con forme di assistenza precisa attraverso corridoi umanitari formativi e di recente aveva lanciato un appello con una lettera all’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, affinché le scuole e le università europee accolgano gli studenti migranti. Già 5mila studenti siriani, secondo dati UNHCR, avrebbero chiesto di proseguire gli studi. Hanno risposto all’appello anche tre università italiane l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, l’Università Ca’ Foscari e l’Università di Napoli. Si pensa anche di coinvolgere le università online, così che i rifugiati abbiano l’opportunità di seguire corsi online qualora non possano frequentare, si cercano accordi per iscrizioni gratuite.

«Queste iniziative rappresentano un segnale forte: l’attenzione per i rifugiati non deve cadere. Non si possono assimilare rifugiati e terroristi, questi ultimi hanno soldi e mezzi, i richiedenti asilo fuggono dalle guerre e proprio da loro»