Da Quotidiano.net – 26/08/2013 – Le classifiche hanno sempre un certo fascino, anche quando non parlano tanto bene di noi. E stavolta, secondo uno studio cinese, sono le università italiane a restare indietro. Non siamo nei cento migliori atenei del mondo, tra i primi dieci troviamo, nell’ordine, Harvard, Stanford, California-Berkeley, Mit, Cambridge, California Institute of Technology, Princeton, Columbia, Chicago e Oxford.
E l’Italia, che vanta a Bologna la più antica università? I primi atenei dove sventola il tricolore nell’elenco dell’Arwu — l’Academic Ranking of World Universities della Jiao Tong University di Shanghai — sono Pisa e la Sapienza di Roma, nella fascia che va da 101 a 150, poi tra 151 e 200 troviamo Milano e Padova, tra 201 e 300 il Politecnico di Milano, la Normale di Pisa e Bologna e poco più avanti, sempre nei primi trecento, Firenze e Torino.
«Siamo indietro perché queste graduatorie hanno spesso come base — spiega il professor Andrea Cammelli (foto Imagoeconomica), direttore di AlmaLaurea, consorzio interuniversitario a cui aderiscono 64 atenei italiani — la ricerca e gli studi pubblicati in inglese. La realtà però è un’altra: è difficile valutare le università. Piuttosto, bisognerebbe analizzare i corsi di laurea e allora sì che potremmo avere confronti più adeguati».
Cammelli è l’anima di AlmaLaurea, nata nel 1994 al servizio dei laureati, delle università e delle imprese, con una banca dati di un milione e 800mila curricula di laureati. Il direttore, quindi, per una classifica partirebbe dai corsi di laurea.
«si, la mia è una convinzione che mi viene dall’esperienza fatta con AlmaLaurea. A me interessa capire i giudizi dei giovani laureati sul percorso appena concluso. Quali sono i criteri dell’eccellenza? Se gli studenti si laureano in corso — osserva Cammelli — se hanno fatto molti studi all’estero e se hanno partecipato a stage nelle aziende. Dall’incrocio di dati, un ragazzo che ha in mente una scelta, potrà iscriversi nel corso di laurea che risulta migliore». E su www.almalaurea.it i dati per un confronto non mancano. Per Cammelli, arrivare a conseguire la sospirata pergamena, anche in tempi di crisi, è ancora una carta vincente.
E sfodera i numeri. «I laureati trovano lavoro il 12% in più di quanto non capiti ai diplomati, piuttosto il punto è un altro. Noi su 100 giovani tra i 25 e i 34 anni abbiamo soltanto 21 laureati. Con questo voglio dire che se faccio una dura selezione a monte, prima dell’ingresso all’università, avrò i migliori studenti e risultati brillanti. E poi? Noi, invece, abbiamo bisogno di seminare conoscenza. Oggi si iscrivono all’università solo 30 diciannovenni su 100. E gli altri 70?».