Da InformazioneScuola.it – 01/07/2013 – 1. Pensioni e stipendi: penalità e contributi in arrivo. Flessibilità. È questa la parola d’ordine che guida il lavoro del Governo e della maggioranza sulla riforma delle pensioni, e che sembra destinata a sfociare a settembre in un esame di riparazione della riforma Fornero. Nelle esigenze di «flessibilità» ci sono appunto le ragioni per tornare sul tema: i risparmi (consistenti ma teorici) prodotti dalla riforma dipendono dall’innalzamento automatico dei requisiti, che però si scontra con le esigenze delle imprese e degli stessi lavoratori.
2. Misure anticrisi. Le aziende sono alle prese spesso con processi di ristrutturazione necessari a snellire la struttura e ringiovanire gli organici, anche per fare fronte in modo più flessibile a processi produttivi in grado di mantenere margini anti-crisi, ma si sono viste sfilare il primo strumento da utilizzare a questo scopo: l’uscita anticipata dei lavoratori attraverso incentivi e scivoli in grado di accompagnare l’interessato al traguardo previdenziale.
3. Il nodo «esodati». Chi aveva attuato queste misure prima della riforma ha finito per creare gli «esodati», cioè i lavoratori che avevano siglato accordi con le aziende per un accompagnamento verso una pensione che però si è spostata improvvisamente in avanti, aprendo degli squarci temporali in cui il lavoratore restava senza reddito e senza pensione. Con diversi decreti il Governo (Monti) è intervenuto in più puntate per «salvaguardare» gli esodati, ma non tutti sono stati ancora abbracciati da queste misure (circa 130mila sono le persone coinvolte, ma le diverse stime misurano una platea che in qualche calcolo arriva a 350mila persone) e soprattutto molte imprese devono ancora avviare processi di ristrutturazione, con il rischio di creare nuovi «esodandi»: che altro non sono se non nuovi lavoratori che escono dal processo produttivo (e dalle tutele reddituali) troppo tempo prima di raggiungere i traguardi previdenziali inaspriti dalla riforma Fornero.
4. I progetti in campo. Per questa ragione maggioranza e governo stanno studiando dei ritocchi, che devono affrontare una doppia sfida: garantire la possibilità a imprese e lavoratori di affrontare processi di ristrutturazione senza rimanere in mezzo al guado, e non mettere in pericolo una quota eccessiva dei risparmi garantiti per i prossimi anni dalla riforma Fornero, e che ammontano a 80 miliardi di euro nel solo periodo 2011-2021. Proprio questo secondo aspetto, va detto subito, appare il punto debole delle varie misure che gli esperti di Pd e Pdl stanno componendo in vista dell’appuntamento di settembre.
5. Flessibilità. È questa, appunto, l’idea-guida delle proposte di riforma, che riprendono meccanismi già pensati in passato per provare a coniugare i parametri rigidi della legge Fornero con l’esigenza di imprese e lavoratori di garantire una previdenza «anticipata». Il principio è semplice, e sviluppa un nucleo già contenuto nella riforma del 2011: è possibile andare in pensione prima dei 66 anni (e un numero di mesi crescente con l’adeguamento automatico dei mesi alla speranza di vita media degli italiani), ma chi sceglie questa strada deve pagare pegno con una penalizzazione, mentre chi rimane al lavoro anche dopo il raggiungimento dell’«età pensionabile» potrà godere di un assegno maggiorato.
6. I tagli allo studio. Tradotto in cifre, l’ipotesi di base a cui la maggioranza sta lavorando è quella di tagliare dell’8% l’assegno di chi lascia a 62 anni, del 6% quello di chi lavora fino a 63 anni, del 4% il conto di chi va in pensione a 64 e così via, fino alla neutralità di chi “sceglie” le regole generali e lascia l’ufficio a 66 anni. In modo speculare, chi lavora fino a 67 anni (più, come sempre, i mesi aggiuntivi dettati dall’adeguamento automatico) potrebbe avere un bonus del 2%, che sale al 4% per chi rimane al lavoro fino a 68 anni e così via fino all’8% riconosciuto a chi inizia a riposarsi a 70 anni. Semplice, no? Ma le controindicazioni non sono poche.
7. I problemi: i conti statali… Le difficoltà, appunto, si nascondono nei bilanci, sia in quelli dello Stato sia in quelli dei lavoratori interessati. I primi possono apparire lontani, ma l’esperienza degli ultimi anni ha insegnato che la condizione dei conti pubblici ha influenza diretta sulla vita quotidiana di lavoratori e contribuenti. Da questo punto di vista, l’interrogativo principale è legato al fatto che una penalizzazione dell’8% non è sufficiente a mandare in pensione anticipata un lavoratore mantenendo inalterati i saldi previdenziali. Su ogni stipendio, azienda e lavoratore pagano un’aliquota complessiva del 33%, per cui se l’uscita anticipata (e la conseguente fine dei versamenti) non è accompagnata dalla creazione di nuovi posti di lavoro, i saldi previdenziali peggiorano e quindi occorre trovare una copertura aggiuntiva. Un ostacolo non da poco, come mostrano le travagliate vicende delle ultime settimane per la ricerca dei finanziamenti per un solo miliardo di euro destinato a finanziare il rinvio trimestrale dell’Iva.
8. …e quelli dei lavoratori. Anche dal punto di vista della finanza “personale”, i nodi non sono semplici da sciogliere. Proprio a seguito della riforma Fornero del 2011, tutti i trattamenti sono influenzati in maniera più o meno profonda dal numero di anni di contribuzione. Merito del metodo di calcolo contributivo «pro-rata», che anche per i lavoratori con un’anzianità maggiore conteggia gli anni post-riforma in base al principio «tanto versi-tanto ricevi». L’estensione del metodo contributivo nel tempo abbassa di per sé il «tasso di sostituzione», cioè il rapporto percentuale fra l’ultimo stipendio e il primo assegno previdenziale. In sostanza, come mostrano i periodici monitoraggi condotti dalla Ragioneria generale dello Stato, le pensioni si abbassano nel tempo a causa dei nuovi meccanismi di calcolo dell’assegno, e soprattutto per gli autonomi e per chi ha lavori discontinui il rapporto fra ultimo stipendio e prima pensione potrà arrivare anche al 40-60%: su questa base, l’applicazione di ulteriori penalizzazioni non è certo indolore.
9. Le pensioni «d’oro». Anche per questo, torna d’attualità l’eterno dibattito sulle pensioni «d’oro», cioè sugli assegni superiori a una certa cifra (ognuno colloca dove meglio crede l’asticella da cui parte il trattamento aureo) che una recente sentenza della Corte costituzionale ha salvato da ogni prelievo aggiuntivo. I giudici delle leggi (sentenza 116/2013) hanno cancellato il «contributo di solidarietà» che chiedeva il 5% delle quote di pensione superiore a 90mila euro, il 10% di quelle superiori a 150mila e il 15% della parte che supera i 200mila euro. La Consulta, con un ragionamento analogo a quello con cui aveva cancellato un simile contributo di solidarietà sugli stipendi dei manager pubblici, ha negato la legittimità costituzionale del meccanismo, perché per la nostra Carta fondamentale (articolo 53) ogni reddito è uguale e ciascuno paga in proporzione alla propria «capacità contributiva», a prescindere dal fatto che i guadagni derivino da rapporti di lavoro (pubblici o privati) o da pensione.
10. Il contributo di solidarietà. Dal punto di vista della finanza pubblica, la questione è tutto sommato secondaria, visto che il contributo di solidarietà sulle pensioni dava 84 milioni all’anno ai conti dello Stato. Il nodo politico però è evidente, perché praticamente tutti i partiti si dicono favorevoli a imporre un sacrificio aggiuntivo sulle pensioni più alte, soprattutto se si tradurrà in pratica il taglio generale per chi va in pensione prima dei 66 anni. Per superare le obiezioni costituzionali, però, bisogna intervenire su tutti i redditi sopra un certo livello, come ha prospettato nei giorni scorsi il sottosegretario al Lavoro Carlo Dell’Aringa in Parlamento.
11. La platea possibile. La strada più semplice, già emersa in passato, sarebbe quella di un’aliquota aggiuntiva su chi dichiara un reddito superiore a una certa soglia: volendo assumere i 90mila euro lordi annui a cui si riferivano i vecchi contributi di solidarietà, una misura di questo tipo potrebbe incidere più o meno pesantemente su 555mila persone, cioè l’1,35% dei contribuenti italiani.